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Villaggi, baraccopoli e città informali. La sfida è contenere il boom demografico africano dentro i confini di un’urbanizzazione sostenibile. La Fondazione Banco di Sicilia e il Forum Ambrosetti hanno chiesto a giovani architetti e ingegneri under 40 di cimentarsi nella progettazione di un masterplan preliminare per lo sviluppo di un quartiere urbano in Africa.

Il concorso di idee ruota attorno alla definizione di un modello urbanistico sperimentale e replicabile, che possa rispondere alle previsioni di crescita della popolazione africana: si stima che nel 2030 nelle grandi città vivranno oltre 750 milioni di persone, il 45% in più rispetto ai valori attuali. Nel 2050 i contesti urbani ospiteranno un quarto dell’intera popolazione africana. Capitali e metropoli, quindi, saranno i luoghi più importanti dello sviluppo, i centri economici e politici, catalizzatori di agitazioni e pulsioni sociali.

Le megalopoli africane hanno un tasso di crescita doppio rispetto a quello totale del Paese. Questo boom, però, prende forma all’interno di un sistema di infrastrutture carente.
«Il risultato sono centinaia di baraccopoli urbane – afferma Jens Peter Breitengross, che fa parte del board che organizza il Forum di Taormina ed è presidente della sezione che si occupa di Africa nella Confindustria tedesca – dove prendono vita forme diverse di criminalità. Parallelamente cresce il traffico urbano, caotico, con alcune ore di blocco totale. E insieme la dispersione energetica, e quindi l’uso di generatori costosi e poco ecologici».

In questo contesto assume un’importanza cruciale lo sviluppo di città satellite indipendenti, di nuovi quartieri, capaci di avere un’infrastruttura propria, dotata di tutte le forniture: dall’acqua, all’energia elettrica, passando per la presenza in loco dei servizi sanitari. «Le sub-towns non devono essere dipendenti dai centri urbani maggiori già esistenti, dai loro servizi inefficienti e costosi», aggiunge Breitengross. Ogni centro deve avere aree per lo sviluppo di un’industria leggera autonoma, a prezzi accessibili. Schemi residenziali semplici, a basso costo. E un moderno sistema di trasporto pubblico, gestito privatamente, con i collegamenti ferroviari, sopra o sotto terra, per raggiungere il centro città.

A rispondere, più di altri, a questa sfida sono stati gli italiani Michele Vianello e Maddalena D’Alfonso, vincitori del primo premio (10mila euro) con il progetto «Improving a city, strenghtening a democracy» per lo sviluppo di un quartiere sostenibile a Bamako, in Mali. Al secondo posto (5mila euro) si è classificato l’approccio innovativo di Guillaume Sardin con «Toponomic Urbanism», ambientato a Bumbogo in Rwanda, e al terzo posto (3mila euro) le due italiane Francesca Ronco e Anna Perino con «In-formal Living», un progetto di sviluppo urbano a Johannesburg in Sudafrica.

Il concept vincitore, in particolare, si cimenta nella progettazione di una città di medie dimensioni in Mali, destinata ad ospitare da 200mila fino a 3 milioni di potenziali abitanti: il modello è replicabile in altri centri urbani simili della Nigeria, del Malawi o del Botswana. Il quartiere riprende e reinterpreta la morfologia esistente dei blocks e punta ad accrescere il mix funzionale, proponendo un modo di abitare differente: ogni blocco viene suddiviso in appartamenti di diverse dimensioni, capaci di offrire stanze più ampie, e si sviluppa massimo in due piani in altezza attorno a un giardino semi-privato.

Ai margini del contesto urbano si estende l’area rurale con alcune farm houses. «L’urbanistica e l’architettura non devono risolvere tutti i problemi naturalmente – racconta Michele Vianello, vincitore del concorso – ma porsi il problema di come ospitare e rendere la città disponibile al cambiamento, quando questo emerge, in termini positivi. Per questo abbiamo lavorato sull’ipotesi di ridurre le gerarchizzazioni spaziali, e lavorare il piu possibile sulla costruzione di reti isotrope, ovvero che forniscano qualità spaziali simili in ogni punto. Queste reti riguardano ad esempio i trasporti, ma anche la cultura, l’ecologia».

Bamako certamente è una città con problemi specifici, diversi ad esempio dalla congestione degli slums di Lagos. Ma il rapporto tra città formale e informale, tra metropoli e periferie, accomuna numerosi contesti urbani dell’Africa di oggi. L’amministrazione comunale della capitale del Kenya, ad esempio, ha da poco lanciato il piano Nairobi Metro 2030 Strategy con l’obiettivo di decongestionare un agglomerato urbano ormai sovrapopolato spostando parte degli abitanti verso l’hinterland, creando nuove aree residenziali dalla qualità occidentale dedicate alla classe media emergente. Così nasce il progetto Tatu City a 15 chilometri a Nord di Nairobi, che ospiterà 62mila inquilini e 23mila lavoratori pendolari. Di pari passo il Ghana ha stimato la sua urgenza di alloggi in almeno 250mila unità abitative. E tra i progetti in campo il più ambiziosi si chiama Oyibi, un housing project pianificato a ridosso della capitale Accra che prevede la costruzione di 3.300 appartamenti.

Un’occasione d’oro, quella del boom africano, per gli investitori occidentali. «I grandi imprenditori e investitori internazionali sono gli unici in grado di finanziare lo sviluppo urbano e i progetti infrastrutturali nel continente», conclude Breitengross. Quelli interessati, però, sono ancora molto pochi: a frenare le prospettive sono l’inefficienza amministrativa, i servizi esistenti costosi (e raramente affidabili) e la corruzione.

Fonti: http://www.ilsole24ore.com/

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