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In Kenya ci saranno presto le elezioni, il 13 marzo 2013. Contestualmente si assiste ad una recrudescenza della violenza tribale che spesso diventa violenza religiosa, soprattutto quando la religione diventa un collante etnico. Musyoka è il solo candidato che esprime la minoranza cristiana in un Paese etnicamente instabile. Gli altri candidati cercano di esprimere le altre anime del Kenya. Kalonzo è membro del KANU, partito storicamente al potere, dai tempi dell’indipendenza. Odinga è il capo  dell’opposizione ed ora guida il Paese, Kenyatta è l’attuale ministro delle Finanze, Kerua, in passato ministro costituente a Kibaki, è la prima donna a correre per la carica di Primo Ministro, Ruto fu generale ed ora rappresentante dell’Orange Democtatic Party. Oserei chiosare che la distribuzione delle candidature è un indice di destabilizzazione essa stessa, poiché rappresenta i conflitti ora in corso nel Paese. Conflitti etnici (candidati che vengono da diverse tribù nel Paese), politici (primi ministri in opposizione ai loro ministri, antichi partiti che vogliono continuare ad esercitare l’egemonia), istanze di modernità (la candidata donna che si oppone a più consolidate esperienze politiche keniote, ma non per questo al di sopra di ogni sospetto di cattiva gestione della cosa pubblica) e sopra tutto lo spettro della violenza tribale che spesso si serve di legittimazione religiosa. Colpire un gruppo religioso, anche se di minoranza come i cristiani nel Paese, significa quasi colpire una tribù avversa. È la degenerazione della religione in tribù, il sentimento religioso in idolatria. Da un punto di vista etnico possiamo affermare che nel Paese esiste un solo dominus e questa è la tribù con la sua legge. Questa viene assunta ad idolo, e non è nuovo per un Paese fondamentalmente animista che fa di ogni cosa un idolo. In più la tribù dà legittimazione sociale, consenso. È facile capire l’importanza del consenso in una società fragile come quella Occidentale, ed è ben più facile poterla capire in un contesto socialmente più precario come quello keniota. Per la tribù si muore e si è disposti ad uccidere. Ogni elezione porta con se una serie di violenze perché, come ci insegna Toqueville, ogni elezione rappresenta un trauma per la società in cui si svolgono, possono cambiare gli equilibri e questo porta incertezza. In un paese tribale questo porta sconvolgimenti molto violenti. È memoria piuttosto comune tra i kenyoti che in ogni elezione la violenza cresce, ed è più forte quanto più forte è l’incertezza dell’esito. È un modo piuttosto sanguinoso di esorcizzare il risultato che non può non avere un esito “normale” almeno per gli osservatori occidentali. Non si può pretendere la normalità occidentale in un Paese che di  fatto non lo è e che la colonizzazione ha solo reso più antioccidentale, anche se in realtà è una sorta di occidentale dell’antioccidentalismo: un ippogrifo, per dirla con l’Ariosto. Ed è proprio questo ippogrifo ideologico, e purtroppo anche culturale, che colora il Paese di rosso, sangue.

Themis

 

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