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Il kenya, Paese in transizione, alla ricerca di una legge capace di curare i mali della transizione post-elettorale.

Quasi due secoli fa lo studioso liberale Alexis de Toqueville ebbe a scrivere, parlando della democrazia in America, che uno dei passaggi più conflittuali per un regime democratico è costituito dalle elezioni presidenziali, per questo la legge, spesso, cerca di garantire una transizione indolore o, comunque, il meno traumatica possibile. Cambiare un presidente significa, sovente, cambiare un approccio alla politica e, più in generale, al raggiungimento del bene comune.

La domanda che oggi ci poniamo, osservando un po’ più da vicino cosa avviene in Africa, è se questo può avere senso anche in un continente in eterna transizione. L’impressione che si nutre è che in Paesi come quelli post-coloniali si vive sempre in regime di vacatio regis. Manca sempre il dominus, o, per dirla in termini più comprensibili, non è facile individuare un uomo capace di garantire un esercizio credibile del potere. L’incertezza è paradossalmente l’unica domina credibile.

Date queste premesse è veramente difficile ritenere credibili delle soluzioni atte a dare stabilità nella transizione. Il caso del Kenya è esemplificativo in questo senso. Vediamo i dettagli.

Come si apprende dalla piattaforma Standard Digital , che si esprime in termini piuttosto trionfalistici, il presidente Kibaki, a capo di una Grosse Koalition, ha emanato lo scorso venerdì un pacchetto di leggi (the Assumption of the Office of the President Bill) finalizzato a dare stabilità al Paese nel periodo post – elettorale. Le elezioni si terranno, allo stato attuale e salvo ulteriori slittamenti, nel Marzo 2013. I punti salienti di questo provvedimento sono:

  1. Comunicazione dello stato di sicurezza del Paese al nuovo Presidente, da parte del servizio segreto, subito dopo la proclamazione;
  2. Passaggio di consegne semplificato per permettere al nuovo Presidente di mettere prontamente in sicurezza il Paese, ove necessario;
  3. Proclamazione di una giornata di festa nazionale alla nomina del nuovo Presidente.

Le ragioni di questo provvedimento sono piuttosto facili da comprendere: evitare che il Paese precipiti nel vortice di violenze che ha accompagnato l’elezione di Kibaki ed evitare di dare un messaggio sbagliato agli investitori stranieri alimentando l’immagine di un Paese politicamente instabile e incapace di offrire le minime garanzie di trasparenza economica.

È esperienza comune che una legge, anche quella scritta meglio ed animata dai migliori intenti, per avere forza ha bisogno fondamentalmente di una cosa sola: l’enforcement popolare. Se una legge non è espressione delle vere esigenze – e si potrebbe anche dire della storia di un popolo – per quanto buona essa possa essere, sarà sempre votata al fallimento. Imporre una legge “diversa” significa sostanzialmente preparare il campo attraverso un’appropriata educazione. Purtroppo bisogna notare che il Kenya è ancora abbastanza lontano da un’effettiva pacificazione sociale che possa permettere l’attuazione efficace di provvedimenti come quello di Kibaki e, soprattutto, il Paese non è stato educato sufficientemente al cambiamento. È ancora fortemente diviso in tribù che si armano l’una contro l’altra in occasione di particolari ricorrenze politiche e le elezioni ne rappresentano un esempio cristallino. Occorre ricordare, solo a titolo di esempio, che la data per eleggere il nuovo presidente ha subito numerose variazioni.

Mancanza di educazione unita alla mancanza di enforcement popolare stanno per produrre un ulteriore irrigidimento delle tensioni in una vigilia elettorale già sufficientemente tesa.

By Themis

Fonti:

”Standard Digital”: http://www.standardmedia.co.ke/?articleID=2000059462&story_title=Preparing-Kenya-for-Kibaki-exit-from-power.

 

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