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Dipingere il dormitorio di Kariobangi è un lavoro difficile perché gli spazi sono angusti e non si possono spostare i letti. Se a questo si aggiunge che le pareti sono luride e ricoperte di polvere il lavoro di pittura resta in coda ad una lunga serie di altre attività. Così ci mettiamo a scartavetrare i muri a gruppi di tre o di cinque e la vernice polverizzata inizia a riempire la stanza rendendo l’ambiente sempre più invivibile. Raccolgo con la scopa la polvere che si è posata e la spingo fuori dalla porta come se stessi spostando una ciotola di antimateria. Due ragazzi si avvicinano e, senza dire nulla, ne prendono un pugno e scompaiono dentro un angolo. Quando ricompaiono sorridono con facce bianche di polvere, allegri per la battaglia finita. Sto indossando i peggiori fra i miei vestiti, ho le mani guantate di lattice e un panno bagnato a coprirmi la bocca, e mi sfilano di fronte Benjamin e Evans, che giocano a tirarsi in faccia manciate di polvere e vernice scrostata.

Ridiamo. Pian piano le distanze di sicurezza si annullano e il lavoro comincia ad ingranare. I ragazzi ci danno più che una mano: spostano i letti, puliscono i muri, scrostano le stanze per chi dietro di loro ne sta dipingendo altre, imparano a loro volta a dipingere, ci accompagnano ovunque nello slum in cerca di pennelli, vernici, nastri adesivi e i meritati pasti. Il lavoro diventa un’occasione di aggregazione. Ragazzi indistinti diventano Kevin, Benjamin, Evans, Clinton, Nashon e tanti altri. Ci raccontano delle loro vite e vogliono sapere delle nostre; ci chiedono dove viviamo e perché siamo venuti, e noi scopriamo come vivono loro. Tutto questo intorno a un secchio di vernice arancione, che diventa il mezzo e quasi il pretesto per abbattere le barriere e conoscerci a vicenda.

Luca e Giuliano

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