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Un giorno nella vita economica della più grande baraccopoli africana

Uomini con soprabiti rattoppati e donne che indossano bluse fresche di bucato camminano lungo una viuzza poco dopo le sei della mattina. Sono tutti infagottati come dei tifosi che lasciano uno stadio, ma questa è la loro vita quotidiana. Le schiene dritte; i pantaloni e le maniche arrotolati così da esporre le membra macchiate ma abili. Schiacciano col piede i resti dell’involucro della colazione fritta, mais e olio che colano dalle loro bocche. Bucce di banana divengono polvere sotto migliaia di piedi.

Ciascuno di essi si muove in una direzione,  spingendo e facendosi largo da un labirinto di baracche poco curate, passando negozi che vendono scarpe e telefoni aperti da più di un’ora e giungendo nell’alto centro di Nairobi, dove le fabbriche e gli uffici pagano i salari – ciò vale per tutti ad eccezione di una figura maschile afflosciata in un angolo colpito dai primi raggi del sole. Sembra che aspetti che la folla passi o quantomeno diminuisca prima che egli si avventuri controcorrente. I suoi capelli sono corti e brillano come se fossero stati cosparsi  e non tagliati. La sua camicia è a pezzi. Dice al nostro corrispondente che è appena arrivato dalla campagna. Questa non è casa sua, dice. Non sembra neppure convinto che un giorno possa diventarlo.

Il suo nome è Jonah Kasiri e ha 23 anni. E’ giunto a Nairobi a bordo di un minibus notturno con tutto ciò che possedeva al mondo – una sveglia malconcia e un paio di pantaloni di cotone per ricambio – il tutto impacchettato in una borsa di tela che odorava di frutta troppo matura. Il suo villaggio nell’ovest del Kenya, da come lo descrive, sembra come tanti altri: un lussureggiante gruppo di alberi e animali, dove l’uomo mangia ciò che può cacciare o raccogliere, ma ha pochissime speranze in un miglioramento.

Per quello deve andare nella città. Suo cugino andò a Nairobi due anni fa e ritornò a far visita la scorsa settimana, indossando due cellulari nelle custodie di cuoio attaccate alla cintura di un nuovo paio di pantaloni con la piega. Tutto ciò impressionò il Signor Kasiri. Quando suo cugino si offrì di aiutarlo a seguire il suo esempio, colse al volo l’occasione.

La folla si disperde e noi camminiamo nel labirinto di baracche. Il Signor Kasiri dice che deve andare di corpo, ma non può permetterselo, Nella città nulla è gratis. Giungiamo così ad una pavimentazione di cemento divisa in sette cabine, ciascuna con un buco. “E’ pulito?” domanda il cliente davanti a noi. Il proprietario, Teresia Ngusye, seduto su uno sgabello, passando la carta igienica, dice che lei pulisce ogni ora, puntando il vicolo e le altre baracche simili. “Vedete la competizione che ho”. Ci fa pagare dieci shellini ( 10 centesimi), che serviranno per costruire un secondo gruppo di bagni. Il signor Kasiri annuisce. Tutto nella città è un’opportunità. Anche a lui potrebbe piacere un giorno gestire una simile attività. “ I problemi intestinali sono molto costosi”.

Questo è Kibera. Spesso, e giustamente, descritto come lo slum più grande dell’Africa, è dimora di circa un milione di persone. Nessuno lo sa per certo, dato che Kibera è lasciato a sé stesso. Il Governo è assente: ai residenti (trattati come barboni) non è offerto alcun servizio, non vengono aperte scuole, non vi sono ospedali operanti, non viene effettuata alcuna pavimentazione stradale né allacciamenti alle linee elettriche, idriche o del gas per le case.

Eppure Kibera, incastrata tra ambasciate dorate e campi da golf curati, è parte integrante di Nairobi. I suoi abitanti vivono in una dozzina di villaggi su un pezzo di terra largo mezzo miglio e lungo due,  drappeggiato come un tappetino su di una tinozza di fronte a una discesa che finisce dentro a un lago artificiale. Una volta la discesa era coperta di boschi e ciascun villaggio aveva qualche casa. Negli scorsi trent’anni si sono fusi diventando uno dei luoghi più densamente popolati del mondo, guadagnando dimensioni di notorietà da primo mondo. Kibera appare nel film “The Constant Gardener”, basato sull’omonimo romanzo di John Le Carré, così come nel video musicale di Sarah McLachlan, una cantante pop canadese, rappresentando il simbolo della povertà.

Le origini di Kibera sono occidentali. Un secolo fa i coloni britannici donarono dei piccoli appezzamenti terrieri al confine di Nairobi ai soldati Nubiani che prestavano servizio presso le truppe africane del Re, costruirono delle capanne di fango sotto la strada che portava alla fattoria di Karen Blixen – resa famosa dal film “La mia Africa”, basato sulla vita della scrittrice danese. La terra fu successivamente nazionalizzata, ma i Nubiani rimasero, affittando parti dei loro possedimenti ai nuovi arrivati. Oggi molte casa sono fatte di lamiere e legna riciclata. Camminando lungo il dedalo di vicoletti che le separa, alcuni dell’ampiezza delle spalle e tutti sprovvisti di auto, fanno pensare a delle città europee del medioevo.

Alle sette di mattina Cecilia Achieng porta i bambini nella sua scuola a suon di preghiere e canti. Cinguettano come uccelli; non tutti hanno fatto colazione. Alle otto quando cominciano le lezioni, lei ispeziona un registro ben rilegato che annota chi paga le tasse della scuola. “Noi non espelliamo i ragazzi che non possono permettersi le lezioni” insiste lei. Si può chiedere loro di portare i polli nel cortile della scuola e vendere le uova.

Miss Achieng ha dei capelli riccissimi che formano un bulbo alto che è in parte tinto di rosso. Indossa dei grandi orecchini d’argento e un tailleur azzurro. La trentaseienne ha dato alla luce quattro bambini, adottato due e si prende cura di una nipote. Mancando le scuole pubbliche dove mandarli, ha deciso di crearne una propria quattro anni fa. Altre madri l’hanno aiutata a prendere in affitto una sala vuota di una chiesa e ad assumere gli insegnanti. E’ stata presto inondata di bambini. La retta annuale richiesta ai genitori è di 7.500 scellini (75 euro), così da potersi trasferire in una sala più grande. Due anni dopo è riuscita a mettere da parte abbastanza per potere erigere mezza dozzina di classi spartane: cemento e lamiere d’acciaio corrugato, conosciuto come “mabati”. La pittura gialla alle pareti da al tutto un’aura di semplice allegria.

Con i conti a posto, Miss Achieng fa una passeggiata di metà mattina. Naviga attraverso viuzze che assomigliano a letti di fiumi prosciugati. Quando piove, Kibera viene sommersa. Gli scarichi fognari all’aperto vengono ricoperti da assi levigate dall’acqua e dal costante calpestio. I netturbini rastrellano tra i detriti prima che tutto venga portato giù dalla corrente. Gli abitanti bruciano il resto, accerchiando le case col fumo acido. La biancheria sulle corde per stendere ricoperta di fuliggine.

“ Questa strada era molto più larga qualche anno fa”, dice Miss Achieng. Bancarelle da entrambi lati vendono frutta fresca e verdura, sapone, dolci e sigarette. Hanno invaso quella che prima era una strada transitabile, costruendovi stalle sempre più in là, nella massa dei clienti. L’economia è cresciuta esponenzialmente e i guadagni sono in aumento a Kibera. “Che sta succedendo?” domanda Miss Achieng a Tyson Muigai, che affitta un impianto stereo da 600 W per i party, i matrimoni e le veglie, facendolo pagare 5.000 scellini al giorno. “Felice o triste?”.

Passiamo una baracca con un cartello che dice “Trasferiamo la musica sugli iPod”, e un altro scrive “ Non scriviamo su qualsiasi materiale locale”. Miss Achieng ci spiega che “ Loro fanno copie (contraffatte) delle canzoni di Jay-Z o Beyoncé, ma non dei rapper di Kibera. Proteggiamo ciò che è nostro”. Dietro l’angolo John Mwangi gestisce un cinema con 70 sedie di plastica che lui riempie sei volte al giorno. Miss Achieng si meraviglia davanti al quadrante arancione del suo orologio d’oro. “Vi dico che la gente ha soldi”, dice lui.

Kibera è una prospera macchina economica. Gli abitanti del luogo forniscono i beni e i servizi. I sarti sono curvi sulle macchine da cucire a pedale. I contabili e gli avvocati dividono dei tavoli su cavalletto nei loro uffici all’aperto. I carpentieri ricavano pezzi per letti doppi lungo le linee ferroviarie. Mucche scuoiate penzolano nelle macellerie immacolate. “Dammene 30 bombe” dice un cliente a un venditore di paraffina che ha appena ricevuto una consegna di alcune taniche da un facchino con una carriola in acciaio. Per tutto il giorno dei facchini sudati trasportano rifornimenti per stradine sporche, sibilando per scacciare le persone dalla loro strada.

La vita a Kibera può essere molto dura. Le malattie sono diffuse, alcuni non hanno di che mangiare e la morte può sopraggiungere all’improvviso. Appena dopo le undici un’esplosione colpisce il venditore di paraffina. Le luci del negozio sulla strada spariscono all’istante, poi una folla  si accalca accompagnata da grida acute e un cavo della luce che balla sfrigolando dopo che ha fatto saltare un trasformatore difettoso. Alla fine il cavo si affloscia e la folla si disperde. Alcuni minuti dopo ritorna la luce.

Il trasformatore, come tutta l’energia a Kibera è gestita da tipi loschi che sfruttano le reti elettriche della città. Sono meno che scrupolosi quando si tratta di sicurezza e si fanno pagare cari. Ma almeno Kibera ha l’elettricità, a differenza di molte altre zone dell’Africa. Vengono vendute bibite fredde nei negozietti. I tetti delle case sono ricoperti da antenne TV e i cellulari sono diffusi come in Occidente.

La chiave del successo a Kibera è l’accessibilità alla capitale. Un mercato di un milione di potenziali clienti si getta sugli imprenditori, ma trovare i soldi per avviare un’attività è difficile. Molte banche non sono disposte a prestare loro soldi perché non hanno garanzie e forse un indirizzo fisso. Quelli che riescono a prendere in presto i soldi devono fare i conti con interessi molto elevati. Moses Mwega paga il 25% all’anno e si reputa fortunato. Col passare degli anni ha costruito un negozio di cosmetici che vende creme, parrucche e shampoo. La banca ha accettato come garanzia il suo magazzino, l’impianto TV e un divano di seconda mano, inclusi i centrini in pizzo. Ha ottenuto 350.000 scellini (3.500 euro) per espandere il proprio business.

Ma prima il 53enne ha dovuto entrare a far parte di un club di risparmiatori – un incrocio tra un gruppo di supporto e un organo di controllo. Nella tarda mattinata Mr Mwega chiude per andare all’incontro settimanale col gruppo, indossando un paio di scarpe nere lucide come la sua fronte nuda. La sua pelle è liscia e le sue mani brillano, testimoniando il suo orgoglio per la scelta dei prodotti, dice. Raggiunge una dozzina di uomini e donne in una baracca umida per ricevere istruzioni sul registro dei conti. Poi ispezionano i registri degli altri. Nessun segreto. Mr Mwega prende dai 15.000 ai 20.000 scellini alla settimana e paga 7.000 scellini alla banca. Ne avrà ancora per 15 mesi. “Dopodiché potrò avere un vero prestito” dice.

Dopo l’incontro pranziamo al Kataluni café, appena una stanza con un tetto rovinato che lascia filtrare la luce e l’aria fresca. I commensali siedono su panche di legno e parlano tra loro. Molti di loro sono studenti squattrinati che chiamano questo posto “il campus”. Boniface Ngewa, il proprietario, serve chapati e “sukuma wiki”, un ortaggio fogliato il cui nome si traduce come “ tira avanti la settimana”, che è quanto si dice duri. Va avanti con 45 Kg di farina al giorno, servendo 3.000 clienti.

A Kibera tutti mangiano fuori, dice Mr Ngewa. La cucina casalinga è un lusso. Il povero non ha denaro e non può comprare cibo in quantità. Una porzione di carbone per cucinare un pasto costa almeno 20 scellini (20 centesimi). Assumere cuochi d’altro canto costa meno (300 scellini al giorno) e i prezzi del café sono bassi. Mr Ngewa si fa pagare 30 scellini per un pasto. Un’ora dopo quando lasciamo il café, come a provare la sua tesi, la strada esterna assomiglia a una mensa: infinite stalle hanno messo sul fuoco pentole e tegami; i venditori caricano le griglie di “nyama choma” ( carne grigliata) e lanciano patate nel grasso da frittura.

Nel pomeriggio termina la scuola e Miss Achieng passa alla sua seconda attività. Anche lei è nell’ambito della ristorazione, servizio catering. Cucina regolarmente per funzioni private seguite da 500 persone e ha prenotazioni fino a 1.600. “I funerali sono degli ottimi affari” dice. Le coppie di sposini sono troppo esigenti. Non vogliono piatti di plastica e Miss Achieng non può ancora permettersi di comprarne di ceramica. “ Mi sono offerta per alcuni matrimoni ma non ho avuto il lavoro”.

Kibera può essere il luogo più imprenditoriale sulla faccia della terra. Gli abitanti non hanno altra scelta che guardare al proprio. Se vogliono sfuggire alla povertà – e hanno spinta necessaria- cercheranno di farsi largo da soli. Miss Achieng ha un terzo lavoro come parrucchiera. Quando ha del tempo libero va porta a porta a intrecciare, guadagnando 250 scellini (2,50 euro) in due ore. I clienti regolari la chiamano sul cellulare. Alla sfilata di bellezza annuale di Kibera lei è la stilista di punta.

Mr Kasiri, il nuovo arrivato, ha ciò che lei ha? Ha finalmente trovato il cugino dopo aver vagato per  ore lungo i vicoli polverosi. Kibera è più grande e densa di quanto non immaginassi. Ogni puntino è sfruttato. Gli abitanti hanno iniziato la costruzione di ulteriori piani per espandersi in alto. Nella lingua Nubiana, “Kibera” significa foresta, ma non vi sono più alberi.

Il ragazzo di campagna sta nell’incrocio e guarda a sinistra e a destra e poi di nuovo a sinistra. Suo cugino gli ha fissato un appuntamento con un uomo per un lavoro. Ma dov’è? Mr Kasiri sembra stanco. I suoi lussureggianti capelli sono coperti dalla cenere di un falò per l’immondizia, almeno non deve più aspettare che la folla si diradi; si tuffa dritto e a tentoni cerca una via tra i facchini con le carriole, attento a levarsi di torno quando i carrelli  appuntiti girano nei paraggi. Parlando dei lavori che gli piacerebbe fare, una nota di eccitazione fa capolino nella sua voce. “Potrei riparare fornelli. Ho visto un uomo che lo faceva”, dice. Suo cugino fischia e scuote la testa. “ Dove prenderai gli attrezzi? Chi li pagherà?”.

Attorno alle sei di sera Kibera si riempie fino a scoppiare. Le decine o forse centinaia di migliaia che sono usciti la mattina per andare negli uffici e nelle fabbriche lontani stanno tornando. Per risparmiare, le segretarie e i lavoratori esausti camminano per tornare a casa anziché prendere un bus. I loro salari sono miseri eppure nel complesso alcuni milioni di dollari vengono nello slum ogni notte.

Kibera è la versione africana di una metropoli cinese, un’inserzione per solide ambizioni umane. Come Guangzhou e Xiamen, fa da magnete per i talenti delle zone rurali, attraendo i più determinati tra i giovani fattori. Far coincidere gli slum con l’idea di pigrizia e miseria vuol dire non comprenderli. Due cittadini di Nairobi su tre vivono in uno slum, la metà di loro a Kibera. Gli ufficiali tentano occasionalmente di sfrattare gli abitanti abusivi, ma molti si battono con l’aiuto di Muungano wa Wanavijiji, la loro lobby. Nel libro “Citta dell’Ombra”, che descrive un tour negli slum del pianeta, Robert Neuwirth ricorda che l’Upper East Side di New York una volta era una baraccopoli e suggerisce che tutte le città scintillanti sono nate dal fango. Gli slum sono ben lontani dall’essere dei luoghi senza speranza; molti non sono il posto dove vanno a finire i perdenti, bensì dove risiedono i vincitori di domani.

Il ritmo del commercio di strada a Kibera culmina con il tramontare del sole. Jane Nzembi vende cereali alle madri che preparano la cena; tiene pannocchie e mais con entrambe le mani e le gira in direzioni opposte per tirar via le bucce. Ruth Chesi riempie i secchi con carbone non appena si svuotano. Il mulino elettrico di Carolina Awuor – dato in prestito per 15.000 scellini (150 euro) al mese – continua a macinare farina per l’ “ugali”.

Quando i venditori finalmente chiudono verso le otto, portano il loro guadagno al più vicino negozio di telefonia cellulare. Le compagnie telefoniche in Kenya fungono anche da banche; accettano depositi e trasferiscono fondi. Dopo decenni di esclusione dal sistema bancario, gli abitanti degli slum possono spostare il proprio denaro velocemente e spesso, non lo tengono più sotto il materasso. Mr Mwega, l’uomo dei cosmetici che ha acceso un mutuo, chiude il proprio negozio alle nove, avendo già mangiato al bancone. Attraverso una tenda, si intrufola nel proprio soggiorno privo di finestra dal retro della sua baracca sulla strada. Un albero di Natale elettrico è posto sopra uno stereo. Lui si sfila le scarpe lucide e le poggia su un tavolino. E’ a metà  del libro “L’ultimo Don” di Mario Puzo, ma dice di preferire i thriller di James Pattinson. Tiene uno spesso dizionario accanto a sé.

La stanza è immacolata, come quella di molti vicini. Kibera ha soltanto l’aspetto di uno slum dall’esterno. La moglie del signor Mwega attinge all’acqua da un rubinetto privato esterno, pagando pochi scellini per riempire una tanica da 20 litri per fare il bucato. Il signor Mwega dice che nelle parti ricche di Nairobi i residenti hanno accesso all’acqua municipale e pagano un decimo di quanto costi qui. “ Ma comunque io non mi sposto. I miei amici e il mio lavoro sono qui”.

La sera è riservata ai divertimenti, e i divertimenti sono un buon business. Le poltrone dei barbieri non sono mai vuote per un momento. I clienti continuano a passare attraverso la minuscola porta. “ Ma perché non durante il giorno?”. Si fa pagare circa 40 scellini (40 centesimi) per taglio, barba e rifinitura. Gli economisti definiscono la classe media africana come persone che guadagnano almeno 100 dollari al mese – ciò significa buona parte dei suoi clienti. Hanno un po’ di soldi avanzati dalle spese alimentari, l’affitto e le rette scolastiche.

Tutti i tipi di intrattenimento pagato sono disponibili a Kibera. Alcuni residenti bevono “changaa”, un liquore preparato in distillerie allestite nel retro delle case. La cecità è uno degli effetti minori. Un altro è il “busaa”, un drink ottenuto dalla fermentazione del mais e che si può trovare nei bar come il Mama Sarah. Il bar utilizza latte da mezzo litro al posto dei bicchieri per servire i clienti. Molti sono coscienti dei costi, dice un cameriere, John Wasilwa. Quando il prezzo del mais aumenta il proprietario del bar toglie una striscia di latta da ciascuna lattina. Gli avventori preferiscono questo a un aumento dei prezzi, e tutto ciò sembra non incidere negativamente sui consumi. Attorno alle dieci molti di loro si sono sdraiati in maniera confusa sul pavimento di fango vicino ai fogli di plastica pieni di mais arrostito. Altri lanciano le lattine vuote ai camerieri. Il signor Wasilwa risponde loro.

Gli abitanti benestanti si riuniscono presso birrerie col pavimento di cemento e le sedie imbottite. Il locale dall’ambizioso nome “Pentagono” mostra un grande poster di Barack Obama, per celebrare le sue origini kenyane. Si parla di politica e sport. Questo lo si potrebbe trovare un po’ dovunque. Un gruppo di avventori beve birra alla spina e dibatte sul perché i bar che servono “busaa” siano così chiassosi. Spesso quelle persone non hanno mangiato, dice uno. “Va dritto alla testa”, gracchia un carpentiere con più di un pizzico di superiorità.

Durante il giorno Kibera è un posto brutale ma sicuro. Le armi da fuoco sono rare. Non vengono pagati tributi né tasse per la protezione. Molti dei suoi mercati sono liberi da cartelli. Lo slum è talmente vasto e vario che nessun gruppo etnico ha il dominio. Ma ciò che è una virtù durante il giorno si tramuta in pericolo durante la notte. Senza qualcuno che detti legge nel pollaio, aggressori e ladri hanno campo libero. Alcuni abitanti hanno installato grate metalliche alle entrate dei loro viali e le chiudono a mezzanotte.

Lasciando il Pentagono, il nostro corrispondente è persuaso dagli avventori preoccupati ad assumere un guardiano come scorta. Viene convocato tramite cellulare e giunge dopo pochi minuti, vestito con perline bianche e rosse e un mantello rosso, e portando una lancia e una torcia. Molti guardiani di Kibera sono Masai. Hanno fama di essere senza paura e leali – per questo vengono pagati 50 scellini (50 centesimi).

Camminando per le strade vuote sentiamo della musica provenire da dietro i muri. La vita si svolge dentro casa adesso. Molte persone sono troppo spaventate persino ad andare al bagno pubblico la notte. Quelli che ne necessitano invece usano sacchetti di plastica a casa che poi gettano a muro. Questa usanza è nota come “Flying toilette (la toilette volante)”. Chiunque si trovi a camminare tardi la notte è avvisato di dover guardare in alto e in basso.

Ci imbattiamo in Edith Nyawate, una venditrice di verdura, scortata da un altro guardiano Masai. La donna lascia il mercato generale nel centro della città ogni notte attorno a quest’ora per comprare i prodotti appena apre e riportare tutto a Kibera alle prime luci del giorno. E’ stanca, dice, ma non vuole un lavoro giornaliero in fabbrica. “Forse ti pagano 50 sacchi ma non è abbastanza per le tasse scolastiche”.

Gli affari nello slum girano come l’orologio. Un laboratorio elettrico sta terminando un lavoro improvviso alle tre del mattino. La faccia solitaria di un panettiere è illuminata dai bagliori del suo cavernoso forno a legna. Un prete questuante, Augustus Omiti, tiene una veglia notturna a una chiesa sgangherata con un solido cancello. La sua congregazione è chiusa fino alla mattina, cantando e ballando – per la loro salvezza, sghignazza lui. Non hanno dove sedersi perché  hanno affittato tutte le sedie in plastica della chiesa per 1.000 scellini (10 euro) per un matrimonio che si sta celebrando lì vicino. Eppure lui spera vivamente che il suo gregge farà una donazione generosa.

Il guardiano Masai, che da solo tra i residenti si rifiuta di divulgare il proprio nome, porta il nostro corrispondente dove molti dei suoi viaggi notturni si sono conclusi. Bussiamo alla porta dello Stage Inn, un posto per chi ha fatto baldoria e si vuole sdraiare a letto per qualche ora – per 300 scellini (3 euro). Un corridoio fiocamente illuminato bordato da pareti di lamiere porta a due dozzine di stanze con letti curvi, molti dei quali non rifatti e recentemente abbandonati. Chi vorrebbe mai partire a quest’ora? Il Masai e un facchino dell’hotel si scambiano occhiate. Una giovane donna in un vestito chiaro ci supera andando verso il bagno comune.

Emmanuel Mukhoa, il facchino 35enne ode bussare alla porta d’ingresso e si dirige allo spioncino, poi apre e da la chiave di una stanza legate ad un ciottolo nero a un uomo d’affari anziano e ubriaco con una ragazza al seguito. “ Conosco la maggior parte degli ospiti. Vengono a qualsiasi ora” dice, e aggiunge malinconico “Vorrei essere uno di loro”.

Il signor Mukhoa è una rarità, un impiegato salariato dentro lo slum. Viene pagato 5.000 scellini (50 euro) al mese. Le sue ore sono lunghe ma regolari, il rischio finanziario minimo eppure sogna di gestire una propria attività come i suoi ospiti.

Un nuovo giorno nello slum ha inizio per le cinque. Le sveglie echeggiano nelle strade buie, riversando tutti i residui di musica della notte. Miss Achieng si sveglia e la nidiata di bambini la circonda sul pavimento, li lava e poi si tira su la massa di ricci rossi e neri. Può permettersi di dar da mangiare ai suoi bambini ma le mattine sono sempre caotiche e alcuni dei più grandi salta la colazione.

Diretti a scuola, raggiungono le fila di lavoratori in marcia verso una delle otto uscite di Kibera per andare a lavoro a Nairobi, dove i palazzi si levano più in alto di uno o due piani. Gli spintoni e la calca reiniziano. Le strade pullulano di persone per le sei, tutte in una direzione. Tra tutti vi è il signor Kasiri, il nuovo arrivato. Gli è stato promesso un lavoro in un sito in costruzione e sta seguendo un caposquadra attraverso un mondo che ha ancora tutto da rivelargli.

Il signor Kasiri è meravigliato dal fatto che tra tutte le persone che lo circondano non riconosca nemmeno un volto, nessuno gli presterebbe una moneta. Nessuno gli direbbe nulla se spendesse il suo stipendio in una bottiglia di “changaa” e si ubriacasse tutte le sere dopo il turno. Non gli importa. Ci sono così tanti di loro che premono attraverso l’uscita; si accalcano come se si celebrasse un festival, ma pochi parlano tra loro o alzano lo sguardo. Non sono infelici, almeno molti di loro non lo sono. Hanno un lavoro da svolgere e cose da comprare. La scorsa notte ha parlato con un uomo che vende fornelli e ha appreso che quelli rotti costano poco e sono semplici da riparare. Presto proverà lui stesso. Trova difficile da immaginare l’idea di tornare al villaggio.

Trad. G.Buffa

Fonti:

Testo originale in inglese: http://www.economist.com/news/christmas/21568592-day-economic-life-africas-biggest-shanty-town-boomtown-slum

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