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Molti molti anni fa il babbuino era la scimmia più bella della foresta. Era molto agile e sapeva saltare con estrema facilità dalla cima di un albero a un’altra.
Quando gli animali andavano a rubare nei campi dell’uomo, il babbuino riusciva sempre a svignarsela e se la rideva dei suoi cugini, scimmie e scimpanzé, che avevano la disavventura di essere catturati e malmenati in modo spietato.
Li prendeva in giro dicendo: “Oh poveretti! Come mai siete stati lenti come una tartaruga? Quando sentite il pericolo, dovete imparare ad essere veloci come me!”.
Un giorno gli animali decisero di andare a rubare il granoturco nei campi dell’uomo. Il babbuino, veloce, arrivò prima degli altri; mangiò a sazietà e si portò a casa alcune pannocchie. Poi, malignamente, ritornò verso il campo e dall’alto di un albero gridò all’uomo: “Corri,corri! dei ladri stanno per fare un banchetto col tuo granoturco!”.
L’uomo si precipitò nel suo campo e, prima che gli animali riuscissero a fuggire, ne uccise parecchi con le frecce avvelenate. Il babbuino si godette allegramente lo spettacolo di quella tragedia dall’alto del suo appostamento.Col passare del tempo gli animali erano sempre più stanchi del comportamento del babbuino. Lo evitavano e cercavano di non parlare fra di loro, quando lui era a portata d’orecchio.
Un pomeriggio il babbuino incontrò una scimmia che stava sbucciando una banana matura, che costituiva il suo unico pasto per quel giorno. Senza dire una parola, strappò la banana dalle mani della scimmia. Se la mangiò avidamente e, quando ebbe finito, gettò la buccia sul muso della povera scimmia.
La scimmia per un momento fissò impietrita il babbuino, poi gli chiese: “ Perché hai fatto questo?”.
Per tutta risposta il babbuino replicò: “Per insegnarti ad essere veloce, quando trovi delle deliziose banane da mangiare”.
La scimmia se ne andò via triste e umiliata, mentre il babbuino sghignazzava a gran voce. La poveretta raccontò agli altri animali quanto era successo ed essi si arrabbiarono molto. Decisero che si doveva metter fine al comportamento inaccettabile del babbuino.
Organizzarono una gara, che consisteva nel sedersi su di un tronco d’albero e farsi scivolare giù da una ripida collina. Chi avesse impiegato meno tempo a scendere, sarebbe stato proclamato vincitore. Venuto a conoscenza della competizione, il babbuino vanitoso era convinto di poter essere il vincitore. Desideroso di dimostrare le sue capacità superiori, si sedette sulla corteccia dura e ruvida di un tronco d’albero, sistemandosi nella posizione più comoda.
Quando il babbuino stava per partire, la scimmia gli sfilò il tronco da sotto il sedere, mentre lo scimpanzé lo spingeva giù verso il fondo della collina. Pensando che gli animali avessero fatto ciò per errore, il babbuino si mise ad urlare e a chiedere aiuto, ma i suoi appelli disperati giungevano ad orecchie sorde. Le pietre taglienti e gli arbusti spinosi lungo il ripido percorso in discesa gli procurarono un dolore insopportabile e gli scorticarono il sedere ad un punto tale che gli sembrava di stare seduto sui carboni ardenti.
Tutti i suoi tentativi di aggrapparsi alla vegetazione lungo il tragitto furono resi vani dagli animali, che continuavamo a spingerlo giù dalla collina. Urlava per il dolore, mentre gli altri animali si univano alla scimmia nel deriderlo. Lo sbeffeggiavano chiedendogli: “Ma tu non sei il più forte di tutti noi?”. Quando finalmente il babbuino fu arrivato in fondo alla discesa, si precipitò in un ruscello lì vicino, per rinfrescarsi il suo povero sedere dolorante. Ma il dolore tremendo non si calmava; e intanto gli altri animali schiamazzavano e ridevano.
“Guardate il suo sedere, di colore rosso scarlatto” – gridava ridendo la iena – “Fremo dalla voglia di vederlo saltare da un albero all’altro con le sue belle chiappe rosse!”.
Il babbuino fuggì via e si nascose nel profondo della foresta. Egli fece molti tentativi per guarire le ferite con le più svariate erbe medicinali, ma finora le cure non hanno sortito un buon risultato: il babbuino è rimasto col sedere rosso e pelato.
Così ha capito che l’orgoglio e la vanità portano alla fine ad una caduta umiliante.
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