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Marika – l’autrice di queste riflessioni – è una nostra volontaria veterana che da cinque anni va in Kenya presso i nostri progetti. Ha carica ed entusiasmo da vendere e ormai molta esperienza, ma niente l’aveva preparata alla giornata che ha vissuto insieme agli altri volontari. Dato che ha scritto molto cercando di rendere le sue riflessioni il più chiare possibile e vivide anche per i lettori, noi ve le proporremo ‘a puntate’ per i prossimi giorni.

prima parte

Entriamo in piccoli vicoli, ci dobbiamo abbassare più volte per passare da una strada all’altra, potrebbe all’apparenza sembrare un luogo desolato e dimenticato da ogni persona esistente sulla faccia della terra … ed invece io sento una strana emozione crescere. La prima Mamma ci accoglie sorridente, entriamo in una stanza di troppi pochi metri per accogliere sei persone. Lei non parla inglese ma il suo sorriso ci accoglie facendoci sentire a casa immediatamente. Lei non parla inglese, il preside traduce per noi. Riesco a capire ogni parola e mentre lui parla io mi sento piccola cosi. La dignità di questa donna, la sua forza, il suo volto… mi sento spudoratamente fuori luogo. Io sono lo straniero, io sono quella che non invita gli amici quando la casa non è ordinata, io sono l’uomo bianco, io sono quella che non capisce come possano esistere mondi cosi diversi. Le mura spoglie, il divano piccolo, niente corrente, niente acqua corrente, niente letto. Una stanza, un unico spazio dove fare tutto. I 110 metri quadri della casa dei miei mi sembrano piccoli per cinque persone, loro di metri quadri forse ne hanno cinque. 

Pochi minuti in quella casa, le lacrime che sento riempirmi gli occhi, il cervello che disperatamente le trattiene, non posso piangere davanti a lei, non posso dirle che mi dispiace, mi dispiace a nome di tutto il mondo che permette che tutto questo sia possibile. La visita prosegue, prima di andare via abbraccio quella mamma che cosi semplicemente ci ha fatto entrare a casa sua e ci ha accolto come fossimo i suoi figli. La lascio con un velo di malinconia negli occhi, la lascio sperando e pregando che lei abbia un futuro migliore.

Riprendiamo a percorre i vialetti piccoli e stretti, mi abbasso e mi alzo per evitare le lamiere, i legni e tutto quello che rende difficoltosa la strada. Ha piovuto stanotte ed il fango impregna i nostri stivali di gomma. Non ho voglia di parlare, non ho voglia di dire nulla. Voglio solo andare avanti e non piangere.

Arriviamo alla seconda casa. Un’altra mamma ci accoglie timida nella sua casa. Un’altra stanza troppo piccola, il figlio che dorme dai vicini perché non ci stanno tutti insieme. Un divano ed un letto per tutti. Manca lo spazio, manca la luce, manca il 90% delle cose che rendono casa lo spazio che abbiamo in Italia. Manca tutto tranne la dignità, l’umiltà, la forza. Il preside ci racconta la storia di questa famiglia, e ribadisce più volte “le donne qui sono forti”. Non hanno quasi mai un marito, non hanno quasi mai un uomo in cui rifugiarsi, a cui accoccolarsi la notte. Spesso hanno troppi figli e nessuna figura paterna che le aiuti a crescerli, farli studiare e a prendersi cura di loro. Qui le donne fanno tutto quello che si può fare. Lei lavora nello slum accanto, lava i panni quando trova chi le da lavoro. Se la giornata va bene guadagna 2 o 3 euro al giorno. Se le va bene i suoi cinque figli mangiano.  Se le va bene.

Ma in quella casa non manca Amore .. io lo vedo, lo leggo nei suoi occhi. In questa casa umile e piccola non manca l’ordine, non manca il centrino sul tavolo, non manca la foto di Bob Marley sul muro per dare un tocco di colore. L’emozione nata prima inizia a crescere e le lacrime tornano prepotenti imprigionate tra le ciglia. Non voglio piangere perché mi fa pena, non voglio piangere perché vorrei darle tutto quello che ho, voglio piangere perché c’è chi permette che questo esista davvero. Voglio piangere perché io non ho fatto nulla per meritarmi di nascere in Italia ed avere tutto e loro non hanno fatto nulla di sbagliato per non avere nemmeno l’acqua. Non è corretto, non è giusto ecco perché voglio piangere. E voglio piangere perché io non capisco dove queste persone possano trovare la forza ed il coraggio di sorridere, di accogliere l’uomo bianco in casa loro, di farmi sentire a casa.

(continua…)

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Pochi minuti in quella casa, le lacrime che sento riempirmi gli occhi, il cervello che disperatamente le trattiene, non posso piangere davanti a lei, non posso dirle che mi dispiace, mi dispiace a nome di tutto il mondo che permette che tutto questo sia possibile<\/b>. La visita prosegue, prima di andare via abbraccio quella mamma che cosi semplicemente ci ha fatto entrare a casa sua e ci ha accolto come fossimo i suoi figli. La lascio con un velo di malinconia negli occhi, la lascio sperando e pregando che lei abbia un futuro migliore.<\/p>

Riprendiamo a percorre i vialetti piccoli e stretti, mi abbasso e mi alzo per evitare le lamiere, i legni e tutto quello che rende difficoltosa la strada. Ha piovuto stanotte ed il fango impregna i nostri stivali di gomma. Non ho voglia di parlare, non ho voglia di dire nulla. Voglio solo andare avanti e non piangere.<\/p>

Arriviamo alla seconda casa. Un\u2019altra mamma ci accoglie timida nella sua casa. Un\u2019altra stanza troppo piccola, il figlio che dorme dai vicini perch\u00e9 non ci stanno tutti insieme. Un divano ed un letto per tutti. Manca lo spazio, manca la luce, manca il 90% delle cose che rendono casa<\/i> lo spazio che abbiamo in Italia. Manca tutto tranne la dignit\u00e0, l\u2019umilt\u00e0, la forza<\/b>. Il preside ci racconta la storia di questa famiglia, e ribadisce pi\u00f9 volte \u201cle donne qui sono fort<\/i>i\u201d. Non hanno quasi mai un marito, non hanno quasi mai un uomo in cui rifugiarsi, a cui accoccolarsi la notte. Spesso hanno troppi figli e nessuna figura paterna che le aiuti a crescerli, farli studiare e a prendersi cura di loro. Qui le donne fanno tutto quello che si pu\u00f2 fare. Lei lavora nello slum accanto, lava i panni quando trova chi le da lavoro. Se la giornata va bene guadagna 2 o 3 euro al giorno. Se le va bene i suoi cinque figli mangiano.  Se le va bene.<\/span><\/p>

Ma in quella casa non manca Amore<\/b> .. io lo vedo, lo leggo nei suoi occhi. In questa casa umile e piccola non manca l\u2019ordine, non manca il centrino sul tavolo, non manca la foto di Bob Marley sul muro per dare un tocco di colore. L\u2019emozione nata prima inizia a crescere e le lacrime tornano prepotenti imprigionate tra le ciglia. Non voglio piangere perch\u00e9 mi fa pena, non voglio piangere perch\u00e9 vorrei darle tutto quello che ho, voglio piangere perch\u00e9 c\u2019\u00e8 chi permette che questo esista davvero. Voglio piangere perch\u00e9 io non ho fatto nulla per meritarmi di nascere in Italia ed avere tutto e loro non hanno fatto nulla di sbagliato per non avere nemmeno l\u2019acqua. Non \u00e8 corretto, non \u00e8 giusto ecco perch\u00e9 voglio piangere. E voglio piangere perch\u00e9 io non capisco dove queste persone possano trovare la forza ed il coraggio di sorridere, di accogliere l\u2019uomo bianco in casa loro, di farmi sentire a casa.<\/p>

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