News e Comunicazioni

Continua il racconto di Daniele, Arianna e Paola della straordinaria storia di Bijiende Jean- joel, rifugiato congolese a Nairobi, nella baraccopoli di Dandora.

…Ecco la nostra intervista.

Quanti anni hai?
32 anni.
Da quanto tempo sei Kenya?
Dall’ottobre del 2015. Sono arrivato scappando dal Ruanda dove sono stato rifugiato dal 2010 al 2015. Prima, dal 1998 al 2010, sono stato rifugiato in Burundi. Mi hanno forzato ad abbandonare il mio paese nel 1998.
Qualcosa non ci torna. Daniele aveva visto il suo certificato di laurea, congolese, rilasciato nel 2010. Come mai?
Quando ero in Burundi ho studiato in un’università congolese che mi ha rilasciato quel certificato.
Dunque, che origini hai? Chi sei? Qual era la tua vita in Congo?
La mia regione di origine è il Katanga, una parte del Congo molto montuosa e particolarmente florida dal punto di vista naturalistico. La mia è la Zona di Moba e Kalenie. Vivevo lì con la mia famiglia mentre mio padre era segretario del cosiddetto ‘ Chef Coutumier’ [professione politica legata all’eredità dell’amministrazione coloniale, una sorta di rappresentante locale, N.d.r]. Eravamo otto fratelli: cinque maschi e tre femmine.
Cosa ricordi della tua regione?
Gli animali [gli si illuminano gli occhi, N.d.r.]. Nella mia regione esistono tutti gli animali del mondo, anche delle specie che non esistono altrove, come l’okapi. [Daniele ed io, a questo punti, ci insospettiamo un po’: esiste davvero l’okapi!?! E se sì, che animale è? Con J. Presente ci siamo rivolti al buon vecchio Internet ed abbiamo scoperto l’esistenza di questo lama-giraffa-cavallo. Effettivamente una bestia unica. N.d.r.]. Nella mia regione ci sono tantissime foreste, montagne: un tempo era conosciuta per la sua scarsa densità di popolazione e la vita selvaggia. Questo è il ricordo più nitido che ho.
Ci sono minerali? Si trovano facilmente, sono facilmente reperibili o c’è bisogno di attrezzature particolari?
Sì, moltissimi, al punto che non è insolito trovarne camminando per la strada o racimolarne dai canali di scolo delle acque. Basta mettere le mani a mo’ di rastrello. Se ne trovano moltissimi soprattutto dopo un buon acquazzone. Io abitavo in un villaggio del Monte Vura che è famoso per la sua ricchezza di minerali.

Quindi possiamo venire in Congo e riempirci lo zaino di minerali?
Non venite con uno zaino, munitevi di un bel camion, e anche più di uno: cinque, sei, sette, quanti ne volete. E’ così che facevano gli Europei.
[Proviamo a stuzzicarlo, N.d.r.] Perché, c’erano degli Europei nella tua regione? E gli americani?
Quello che vi sto dicendo è quello che io vedo e quello che io ho visto, non è ‘La Verità assoluta’. Io non so quello che veramente è successo là in alto (indica con la punta della mano), dove c’era il potere, la politica. Io non lo sapevo perché ero un ragazzino allora. Mio padre di sicuro lo sapeva, ma io non osavo chiederglielo perché ancora non mi interessava. L’unica cosa che so è che io gli Europei li vedevo, e li vedevo prendere i minerali. Viceversa, quando ero giovane non c’erano americani: sono arrivati dopo e ancora oggi ci sono.
Cosa ne pensi degli Europei? E degli Americani? Pensi che abbiano avuto un certo ruolo nella guerra civile nel tuo paese?
Io non so se abbiano fatto bene o male e non provo rancore nei loro confronti perché a suo tempo non sapevo che ruolo stessero giocando. Tra la mia gente c’era chi sosteneva che fossero aiutanti del governo, ma io non lo so.
Che cosa è successo con la guerra civile. Perché hai dovuto abbandonare la tua regione? I minerali hanno avuto un ruolo in tutto ciò?
Era il 1996. Mobutu (il presidente di allora) era contro Kabila. Tutto quello che ha fatto è stato strumentalizzare le differenze culturali tra le etnie che fino ad allora avevano convissuto pacificamente, così che la mia etnia – la Banyamulenge, io sono un Bantu – fosse cacciata dalla regione del Katanga ricca di minerali. Per ottenere ciò, Mubutu ha inviato Swimba e Mypanga per obbligare i Bantu a vivere in una regione circoscritta e li hanno obbligati a firmare un contratto di diniego della cittadinanza congolese obbligandoli a svolgere i lavori forzati.
I Bantu, storicamente, sono molto religiosi e allevatori di mucche, mentre l’altra etnia sono atei e cacciatori. Queste differenze culturali, fino ad allora ben accettate, sono diventate motivo di tensione fino allo scoppio della guerra civile. Allora sono stato costretto a lasciare a il paese.
Tra tutti i paesi che hai attraversato o in cui hai vissuto, qual è quello in qui ti sei trovavo meglio?
Kenya, perché, anche se non ho trovato la felicità qui mi sento al sicuro. E poi per Amunga, che mi ha accolto come un figlio, e per la prima volta in vita mia mi sono sentito a casa. Nel mio cuore, qualsiasi cosa accadrà in futuro, avrò sempre Amunga nel mio cuore: è una delle persone a cui devo la vita, la vita che ho ora e la mia professione di insegnante di francese.
Quando ero in Burundi, i Bantu venivano ancora massacrati. Quando ero in Ruanda, come rifugiato, il governo congolese chiedeva ai rifugiati in Congo di tornare a patto di entrare nell’esercito per combattere. La guerra e la chiamata alle armi era la merce di scambio, ma io volevo tutto tranne che questo, così ho deciso di scappare dal Ruanda, ho attraversato l’Uganda per arrivare in Kenya, sempre sotto lo status di rifugiato.
Quale professione vorresti svolgere in Kenya, se potessi scegliere?
All’Università ho studiato Community Development, quindi vorrei creare un’associazione che possa riunire tutti i rifugiati che si trovano a Nairobi per informarli delle cause, conseguenze, misure contro l’Aids visto che questa è la malattia che colpisce di più i miei compagni rifugiati. Altrimenti, fondare un’associazione che si occupi di eguaglianza di genere, per evitare che esistano matrimoni precoci tra i rifugiati.
Perché non lo fai? Quando si comincia?
Ci sono due ordini di problemi in tutto ciò. Il primo: i mezzi. Non ho soldi, ho due bambini a carico e a mala pena riesco ad occuparmi i loro. Il secondo: la discriminazione, perché i rifugiati sono discriminati anche qui. Quando ero in Burundi collaboravo per la RTNB, Radio e Télévision National du Burundi, e occupavo di un programma radiofonico in cui trattavo queste problematiche.
Come mai eri in radio?
L’attuale vicepresidente e il ministro del Burundi erano diventati miei amici, grazie ai contatti di mio padre. Grazie a loro sono riuscito a laurearmi, anche se congolese: mi hanno dato un’auto, tanto per dirvi una delle cose straordinarie che hanno fatto per me, e si sono occupati delle mie tasse universitarie.
Vorresti avere loro notizie?
No, perché non sanno che io mi trovo in Kenya, ma vorrebbero che io tornassi in Congo per combattere e rivendicare il nome e l’onore di mio padre. Quindi non voglio saperne nulla: qui in Kenya io ho trovato la pace.
Un’ultima domanda: se potessi dare un voto da 1 a 10 a queste tre categorie di persone: Americani, Congolesi, Francesi?
Per me tutti loro sono innanzitutto una persona e io amo tutte le persone. Per quanto riguarda i francesi, so che hanno colonizzato il mio paese ma tutta l’Africa e pure l’Asia sono state colonizzate da tantissime nazioni, e una cosa che è successa e fa parte del nostro passato. Gli americani sono come tutte le altre persone del mondo mentre nutro un amore diverso per i congolesi: il Congo resta sempre la mia patria. E io vorrò sempre un giorno tornare i Congo, perché sono cittadino congolese e nutro un amore particolare per il mio paese.

Che cosa aggiungere?
DANIELE – Dandora è uno di quei luoghi su cui potresti scrivere un libro per ogni straordinario incontro che il quotidiano ti offre. Di certo, la conoscenza di Jean Joel e della sua storia mi ha lasciato due immagini.
La prima è quella della strada lastricata di minerali che la sua regione, la Katanga, aveva da offrire: dai suoi racconti di gioventù me la prefiguravo come il set del Re Leone, peccato che Google mi abbia restituito la realtà odierna, fatta di miniere gestite da multinazionali.
La seconda riguarda il concetto di responsabilità e colpa: dopo tre ore di conversazione dalle parole di Jean non sono mai state usate le parole ‘colpe’ e ‘carnefici’. Sembra quasi che quarant’anni di guerra civile e molti altri di dolore abbiano bloccato la sua capacità ad additare qualcuno come colpevole per puntare il dito verso un potere ‘altro’, indefinibile, così tanto irraggiungibile da non poter essere nemmeno compreso. Quindi non giudicabile. Come se alla fine non fosse stato nessuno. E per questo la vita scorre tranquilla e può ricominciare, anche da Dandora.

ARIANNA – L’ultima domanda che gli facciamo è di scriverci qualcosa per ricordarci del nostro incontro. Ci scambiamo i contatti, io gli dico che se mai avesse voglia di parlare francese con qualcuno rimarrò a Nairobi fino alla fine del mese. Mi ringrazia e inizia a scrivere sul mio quaderno.

“Je vous remercie de m’avoir contacté et de dialoguer avec moi, Que Dieu vous bénisse. »
Mr. Et Mme : je vous demande de nous aider de faire les différents dialogues avec mes frères congolais aux :
– Planifications familials
– G.B.V
– Et autres dialogues utiles à la vie quotidienne
Merci beaucoup !
Bijiende Jean- joel

Usciamo dall’ufficio di Amunga e, mentre aspetto di prendere il pulmino che mi riporta ad Alice Village, parliamo ancora. Mi chiede cosa faccio nella vita, se studio, se lavoro. L’ultima cosa che mi dice è che vorrebbe davvero ritornare in Congo, e se mai potesse farlo vorrebbe fare qualcosa per il suo paese. Mi dice che se mai potesse tornare in Congo, vorrebbe diventare Ministro e fare qualcosa per i suoi concittadini.

PAOLA – Testimone muta di questa storia ho raccolto le interviste di Jean-Joel, Arianna e Daniele e da volontaria a disposizione di qualunque cosa ci sia da fare da queste parti, mi sono prestata a raccontarvi la nostra storia. Di un giorno qualunque ma ugualmente incredibile di Dandora. Una dimostrazione ulteriore del fatto che, bruceranno gli pneumatici e il cielo sarà plumbeo sopra Nairobi, ma il profumo della vita raggiunge ogni luogo della terra.

Fonte: https://www.facebook.com/90daysinAfrica/?fref=ts

Per saperne di più sulla Guerra Civile in Congo:

http://www.ilpost.it/2010/06/29/congo-guerra-storia-razzie-zaire/ 

http://www.treccani.it/enciclopedia/le-guerre-della-repubblica-democratica-del-congo_(Atlante-Geopolitico)/

Per saperne di più sull’ Okapi: https://en.wikipedia.org/wiki/Okapi 

Condividi su

Potrebbe anche interessarti

12 dicembre 2019

Il Giving Tuesday e il #RegaloPiùBello

Se ci seguite sui social e se ricevete le nostre comunicazioni, vi sarete imbattuti ultimamente in alcune nostre iniziative di raccolta fondi legate al Giving Tuesday. Ma perché questo martedì … Continua

27 novembre 2019

AIFA

22 Novembre 2019: una Giornata Davvero Speciale!

Nella giornata di venerdì 22 novembre, gli studenti della nostra Alice Italian Food Academy hanno gareggiato per aggiudicarsi il Premio Ricette di Bontà 2019 del Cucchiaio d’Argento e hanno ricevuto … Continua

4 novembre 2019

AIFA

#StorieVere da AIFA: Irene

Le scorse settimane vi abbiamo parlato di due nostri studenti di Alice Italian Food Academy, Brian e Rodgers. Oggi vi presentiamo una ragazza davvero in gamba, che sta stupendo tutti … Continua