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Oltre alla violenza fisica o sessuale vi sono altri fenomeni che ledono profondamente i diritti delle donne e che scaturiscono da credenze culturali o religiose: tra questi i più gravi sono le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni precoci.

Le mutilazioni genitali femminili purtroppo sono ancora diffuse in alcune zone del mondo come l’Africa e il Medio Oriente. Si stima che circa 200 milioni di donne nel mondo abbiano subito questi rituali che molto spesso causano lunghe emorragie, infezioni (HIV compreso), complicazioni nel momento del parto e a volte anche la morte della donna. In molte culture queste pratiche sono considerate come riti di passaggio attraverso i quali la ragazza entra a far parte della comunità degli adulti oppure come prerequisiti per il matrimonio.

In Kenya le mutilazioni genitali femminili (FGM) sono particolarmente diffuse nonostante siano vietate dal 2010: si stima che il 21% delle donne keniote abbia subito FGM, di cui 7 su 10 prima dei 14 anni.  La percentuale cresce nelle zone rurali ed in modo allarmante tra le comunità somale (93%), Kisii (84%) e Maasai(78%): in queste culture è diffusa la pratica dell’infibulazione, un rituale molto doloroso e pericoloso. Queste popolazioni credono che questo rito garantisca la verginità prematrimoniale e la fedeltà coniugale. A questa credenza è associata una visione della donna sottomessa e remissiva.

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Un altro dato inaccettabile è quello riguardante le spose bambine: secondo l’ONU, infatti, ogni giorno nel mondo si sposano circa 37.000 ragazze sotto i 18 anni. Questo ovviamente influisce negativamente sulla loro educazione poiché sono costrette a lasciare la scuola per occuparsi delle faccende domestiche, della cura dei figli e del marito.

In Kenya il matrimonio in giovane età è ancora molto diffuso: circa il 23% delle donne si sposa prima dei 18 anni (il 4% prima dei 15 anni). Il fenomeno delle spose bambine è più diffuso nelle zone rurali (29%) dove spesso la ragazza è vista come un peso che grava sull’economia della famiglia o come merce di scambio per ottenere soldi o bestiame dai parenti dello sposo. Le conseguenze a cui molto spesso un matrimonio prematuro porta sono un innalzamento del rischio di contrarre l’HIV e altre malattie sessualmente trasmissibili e una gravidanza in età adolescenziale. Nelle zone rurali il 28,5% delle donne ha avuto un figlio prima dei 18 anni (poco meno del 5% prima dei 15 anni): questo comporta un alto rischio sia per la madre che per il neonato, oltre a danni emotivi e psicologici per la donna.

Durante il periodo della gravidanza e in quello immediatamente successivo le donne, e in particolare le adolescenti, sono ancora più vulnerabili: il 9% delle donne keniote che ha attraversato almeno una gravidanza, denuncia di aver subito violenze fisiche durante i 9 mesi. Inoltre molto spesso il parto non avviene in ospedale e con un’assistenza medica adeguata: questo fa sì che ogni 1000 nascite in Kenya muoiano circa 4 donne (in Italia ne muoiono 9 ogni 100.000 nascite).

Per eradicare queste forme di violenza sulle donne non si può concentrarsi solo su strumenti istituzionali ma si devono sviluppare delle misure che intervengano direttamente sulle motivazioni culturali che portano le comunità ad attuare tali condotte. Si deve per esempio cercare di proporre dei rituali di iniziazione alternativi alle mutilazioni genitali che richiamino simbolicamente tali procedure ed è necessario impegnarsi a rafforzare la figura della donna in modo tale che non venga più considerata un peso per la famiglia ma come una risorsa per lo sviluppo della società e della comunità.

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