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Ci sono tante cose che noi cosiddetti “occidentali” diamo per scontate. Può sembrare un’affermazione, anche questa, scontata e buonista, ma si tratta di una considerazione inevitabile nel momento in cui si vuole raccontare quello che per noi è un ulteriore traguardo nella gestione dei progetti di cooperazione e sviluppo in Kenya.

Ciò che diamo per scontato vivendo in un paese come è il nostro è, ad esempio, il fatto che i bambini vadano a scuola. Che abbiano la possibilità di istruirsi, avere dei validi insegnanti, un posto confortevole e sicuro dove imparare e giocare con i propri compagni e amici. Tutte priorità che in un contesto come quello delle baraccopoli di Nairobi si trasformano in obiettivi da raggiungere, con fatica, impegno e pazienza.

E l’obiettivo di cui vogliamo parlarvi oggi è l’ampliamento della St. Claire’s Primary School, la nostra scuola primaria, che dal 2014, grazie al programma Alice for Dandora, accoglie e istruisce i bambini lavoratori della discarica di Dandora, garantendo loro un pasto al giorno. Nata come una piccola scuola per un centinaio di bambini e una manciata di insegnanti, oggi la St. Claire’s conta circa 500 studenti, sempre più bisognosi di spazi e materiali scolastici. Grazie al sostegno e alla generosità di Cristina Manuli e di Fondazione Mediolanum, in questi mesi sono in corso i lavori di ristrutturazione e ampliamento della struttura che, fino a qualche mese fa, ospitava tre classi durante la settimana e la Alice Music Academy (trasferita in un edificio a qualche centinaio di metri di distanza) durante il weekend. Alla fine dell’anno, dopo l’inaugurazione prevista per il mese di ottobre, la “nuova” scuola ospiterà dalle 6 alle 8 classi, per un totale di circa 250 bambini.

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Il preside della scuola, Thomas Amunga, che ha accolto i nostri ospiti a Dandora durante il viaggio dello scorso aprile, ha raccontato con grande orgoglio delle migliorie apportate al compound scolastico negli ultimi mesi e ha spiegato ai visitatori come l’edificio sia stato risanato con nuovi materiali, che proteggeranno i bambini dalle piogge e dal sole, ma permetteranno anche alla struttura di non surriscaldarsi durante le giornate più calde, come accade invece nelle vecchie scuole di lamiera.

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Amunga tiene moltissimo a specificare quanto la scuola rappresenti un luogo protetto e lontano da pericoli e violenze, che, invece, sono all’ordine del giorno all’interno della discarica e del cuore della baraccopoli, dove i bambini vivono. Trascorrendo l’intera settimana a scuola, i piccoli studenti non hanno solo l’occasione di studiare, ma anche e soprattutto di condividere con i coetanei un ambiente protetto e solidale.

Il pensiero e la forza di Amunga sono molto simili ai sentimenti che spingono Suor Maria a occuparsi dei bambini della comunità di Limuru. Un contesto completamente differente, una scuola immersa nel verde delle piantagioni di tè (e non nella polvere e nel fango della baraccopoli), una gestione diversa, fatta di suore missionarie, una realtà minuscola e silenziosa se confrontata con i rumori e il numero di studenti della St. Claire’s; ma le parole di Suor Maria e di Amunga corrono sullo stesso filo conduttore e sono alimentati dalla stessa identica “fede”: se questi bambini avranno la possibilità di vivere la scuola in un ambiente protetto, pulito, ordinato, disciplinato e solidale, in futuro, non solo avranno maggiori possibilità di avere prospettive migliori (grazie all’istruzione), ma le pretenderanno, per sé stessi e per i propri figli,  e cercheranno di ricreare attorno a loro un ambiente che possa essere il più possibile simile a quello della scuola, rifiutando invece, per quanto potranno, il contesto delle baraccopoli. Perché solo il fatto di aver conosciuto una realtà diversa da quella in cui hanno vissuto, una realtà piena di speranza e possibilità, li spingerà a ricrearla e a credere fortemente di potercela fare.

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Il preside Thomas Amunga con la moglie Evelyn

L’ampliamento di una scuola non è solamente un impiego di calce, pittura e fatica fisica. È creare spazio vitale, possibilità, sostegno morale. È, insomma, costruire speranza. E la speranza non va mai data per scontata.

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