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Gli esodi di persone si stanno trasformando in un fenomeno persistente e su scala mondiale. Migliaia di sfollati fuggono dalle proprie case alla ricerca di protezione perché non possono contare sul proprio Stato. Le cause: calamità naturali, guerre civili, violenze postelettorali, conflitti tribali su larga scala. Il 90% dei rifugiati sono donne e bambini: gli uomini rimangono per combattere o vengono uccisi per primi. I rifugiati cercano libertà, cibo e alloggi sicuri. Il problema è che si fugge dove si può, fin dove le energie e i mezzi lo permettono. Ecco allora che dal Sudan si va in Ciad, dalla Libia verso la Tunisia, dalla Costa d’Avorio in Liberia. Sono i Paesi limitrofi che accolgono gli sfollati, ma spesso, a loro volta, non risultano sufficientemente stabili per provvedere ai loro urgenti bisogni. I Paesi di accoglienza necessitano di un’istituzione internazionale di supporto. È a questo punto che entra in scena l’ UNHCR. L’Alto Commissariato dell’ONU per i Rifugiati collabora con i locali e le ONG per costruire i campi profughi e avviare progetti specifici nei campi. Una squadra di emergenza, entro 72 ore dallo scoppio dell’emergenza, è chiamata a fare un sopralluogo. Dopo avere preso i contatti con le autorità nazionali e locali, le più orgogliose e diffidenti, si studia il territorio e ci si avvicina ai rifugiati, per capirne età, provenienza e gruppo etnico. Si procede alla registrazione, si colloquia: dare ascolto alle necessità è il momento più critico ed importante. Costruendo il campo, si raggruppano le persone provenienti dallo stesso villaggio, soprattutto in vista del futuro ritorno in patria. Ogni sezione deve essere provvista di sistemi di approvvigionamento d’acqua, latrine e scuole. Le esigenze crescono di giorno in giorno. C’è bisogno di fabbricare mattoni perchè le tende, per il troppo caldo, si incendiano, c’è bisogno di mezzi di trasporto sicuri per le donne che escono a raccogliere legna ma rischiano di essere violentate, c’è bisogno di un’assistenza legale. I campi profughi non sono dei “non-luoghi” immobili, spazi in cui persone impaurite semplicemente aspettano di vivere. In essi c’è movimento, c’è vita. Si organizzano corsi di idraulica e di sartoria, si  semina, si fanno elezioni politiche e si riprende il commercio. La sistemazione è temporanea, gli ostacoli  infiniti, ma la comunità deve risorgere e i diritti più importanti devono  essere riaffermati.

 

Se vuoi approfondire:

http://www.unhcr.it/news/dir/2/l-unhcr.html

http://www.unhcr.it/news/dir/24/view/553/ciad-preoccupazione-per-il-clima-di-sicurezza-55300.html

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit zuccala2.htm

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