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Si può descrivere il Kenya attraverso i ricordi, lontani eppur vividi, di un ragazzo occidentale che, a distanza di quindici anni, richiama alla mente la sua infanzia trascorsa in Africa.

Inevitabilmente, quel che maggiormente colpisce un bambino non è la politica, non le dinamiche sociali, non gli edifici che compongono le città, ma la natura: con i suoi colori, i suoi rumori, i suoi odori, le sue forme; quelle gite in barca sopra un mare limpidissimo, quasi invisibile, che si stagliava contro il fondale decorato da pesci e coralli; un dirupo a strapiombo su di un lago rosa, formato da gocce di fenicotteri; il Kilimangiaro che scompariva altissimo tra le nuvole e gli animali, così selvaggi e affascinanti, gli alberi, le piante.
Quel bambino, ormai cresciuto, si ricorda dei Maasai come parte integrante della natura, con le orecchie allungate dal peso dei grandi orecchini e i loro salti magicamente alti, che parevano eseguiti con la sola spinta dei piedi.

Si ricorda delle strade di Nairobi, seppur solo attraverso i finestrini di un’automobile. Quelle strade piene di autobus straripanti, ricolmi di persone aggrappate ovunque. Quelle strade fluenti d’un traffico indisciplinato, quasi folle, ma vivace.

Prende in mano il mio foglio, mi chiede la penna e scrive: “Ho imparato che il mal d’Africa esiste davvero, che le storie di quelle persone che decidono di abitare l’Africa dopo averla brevemente vissuta sono reali, e così, anche a distanza di vent’anni, si pensa con desiderio e nostalgia a un ritorno in quei luoghi a cui si è in qualche modo legati da un filo invisibile. La vera Africa ti entra dentro e ci rimane”.

A. Palma

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