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La letteratura keniota è un ambito da analizzare forse non più partendo da quel gusto per il primitivo che aveva informato tanta critica novecentesca, sia letteraria che artistica. Lo stereotipo letterario africano  comincia a dimostrare i suoi limiti. Ma alle sue spalle cosa lascia? Lascia Nairobi, la città europea, in cui tutti parlano inglese e dove la civiltà è per definizione britannica quindi, da qualche anno a questa parte, da rinnovare se non proprio da rigettare.  Anzi lascia l’esigenza di arrivare a Nairobi attraverso il sentiero sterrato del deserto e dei laghi piuttosto che attraverso un’altra Motorway. Passato il periodo coloniale, il Kenya si vede ancora ancorato a Nairobi, diviso tra Meja Mwangi e Ngugi wa Thiong’o, tra il poeta dell’oriente kenyota che non disdegna la scenografia di film ed il letterato dell’ovest, che vuole essere keniota e che al dogma del colonialismo ha sostituito il dogma dell’anticolonialismo, alla fede nell’Occidente, un radicato antioccidentalismo e pauperismo. Esattamente alcuni dei mali che vessano il nostro Occidente. Sfuggire dal colonialismo per ricadere, paradossalmente, nella sindrome dei colonialisti.

Meja e Ngugi si adeguano a stili che vengono da fuori, stili che rappresentano l’oggetto della loro polemica vengono accolti nelle loro pagine. In modo tutto particolare Meja Mwangi cerca di farsi portavoce di una poesia africana dell’est, fondamentalmente autoctona ma così vicina al realismo europeo declinato in un modo che al critico Simon Gikandi appare poco incisivo poiché privo di forti idee.  Le sue ambientazioni urbane possono sembrare suggestive, il Kenya della decolonizzazione, con le sue contraddizioni e le sintesi mancate può sembrare qualcosa di attraente, ma dietro alla superficie rimane il vuoto di idee che è il vuoto di un Paese che deve ancora capire il suo passato di là dalle sofferenze ed umiliazioni subite, un Paese che deve ancora ritrovare il suo Paradiso,  Perduto tra Europa ed Africa.

Graziano G. Curri

Fonti: Wikipedia

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