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Stando a un articolo letto su “The Standard”, un giornale keniota, sembrerebbe che il problema dello sviluppo africano sia costituito in buona parte dall’ingessante diplomazia occidentale. Difatti, nell’articolo di John Njiraini si legge: “(La Cina) Guidata da una diplomazia accondiscendente, è riuscita a ingraziarsi i leader africani, ormai coscientemente stanchi dei continui martellamenti occidentali su: corruzione, good governance e riforme.”
Le parole di Njiraini, ad eccezione di qualche avverbio atto a esprimer comprensione, sono veritiere. Il giornalista, però, non descrive il sentimento comune che sta maturando nei confronti dei cinesi, forse perché ancora acerbo ai tempi dell’articolo (aprile 2010) e dunque invisibile a chi guardava in basso… O forse no.
Effettivamente, da qualche tempo, l’atteggiamento degli africani verso i cinesi è significativamente mutato e in molti si chiedono se stiano contribuendo al progresso africano o se intendano semplicemente sfruttare il continente nero.
Tra il 2005 e il 2010, la Cina ha convogliato circa il 14% dei suoi investimenti esteri nell’Africa subsahariana e, negli ultimi 3 anni, ha concesso ai paesi sottosviluppati, in modo particolare a quelli Africani, una quantità di prestiti maggiore rispetto a quella accordata dalla World Bank. Inoltre, da quando la Cina opera in Africa, la competizione nei mercati è nettamente aumentata e i prezzi di diversi prodotti si sono notevolmente ridotti: scarpe e radio sono più accessibili, il prezzo dei cavoli è diminuito del 65% e quello del pollo si è dimezzato.
Eppure, una maggior competizione non ha sortito unicamente effetti positivi. Infatti, insieme alla competizione, i cinesi hanno portato: un livello di corruzione che supera gli standard africani, fabbricati di dubbia qualità, condizioni di lavoro pessime e un crescente inquinamento ambientale.
In alcune miniere Zambesi, di proprietà cinese, la ventilazione sotterranea è decisamente esigua e gli incidenti sul lavoro sono all’ordine del giorno. In Angola un ospedale di costruzione cinese, per via di numerose crepe apparse sui muri, ha dovuto chiudere i battenti poco tempo dopo l’inaugurazione. In Zambia diverse strade di nuova costruzione sono state spazzate via dalle piogge. In Nigeria, molte fabbriche tessili sono fallite, con la conseguente perdita del posto di lavoro per migliaia di operatori africani.
Nel 2006 Raphael Tuju, l’allora ministro degli esteri keniota, in merito alla questione degli investimenti cinesi, accusava l’occidente di ipocrisia, sostenendo che nazioni come Stati Uniti e Germania avessero dato vita a intensi giri d’affari con la Cina e, chiedendosi per quale motivo gli africani non dovessero fare lo stesso, concludeva asserendo che i kenioti sarebbero stati dei “pazzi” a non cogliere una tale opportunità.
A distanza di 6 anni si può certamente dire, e scrivere, che la lotta alla corruzione, la  good governance e le riforme, non solo debbono essere viste positivamente, ma sono dei fattori necessari acché il progresso si realizzi; eppure l’occidente, a scapito di quel che scrisse Njiraini, non sembra averlo capito: neanche per le proprie politiche.

A. Palma

Fonti: www.en-tasis.net

1) http://news.bbc.co.uk/2/hi/africa/4953588.stm (BBC)
2) http://www.economist.com/node/18586448 (The Economist)
3) http://www.standardmedia.co.ke/archives/politics/InsidePage.php?id=2000024581&cid=457 (The Standard)
4) http://en.wikipedia.org/wiki/Chinese_people_in_Kenya (Wikipedia)
5) http://en.wikipedia.org/wiki/People’s_Republic_of_China%E2%80%93Kenya_relations (Wikipedia)
6) http://www.ft.com/intl/cms/s/0/a51a39d2-280c-11db-b25c-0000779e2340.html#axzz1tQtwJ4fI (financial times)

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