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Non molti sanno che in Africa orientale c’è una considerevole presenza di indiani e che, pur se numerosi, essi rappresentano comunque una netta minoranza. Una tale condizione è stata, negli anni, causa di atteggiamenti ostili riconducibili a una matrice di tipo razziale e anticoloniale. Attualmente, gli “indiani-kenioti” sono circa 100 mila e sono dislocati nelle maggiori aree urbane di Nairobi e Mumbasa.
Nel 1925, circa 25 mila indiani furono “portati”, dai britannici, nell’Africa orientale, con lo scopo di costruire una tratta ferroviaria che collegasse il Kenya all’Uganda. Negli anni a seguire, gli indiani prosperarono e si adattarono alle politiche inglesi più di quanto non fecero le popolazioni native, forse perché già oggetto della dominazione britannica.
Nel ’60, molti indiani, sollecitati dagli stessi britannici a stabilirsi nelle colonie dell’Africa orientale, si trasferirono in Kenya, raggiungendo il numero di circa 170 mila persone, per lo più mercanti, artigiani e operai.
Questi espatriati occuparono, all’interno della gerarchia coloniale, una posizione mediana tra i neri e i bianchi, vivendo in grandi comunità e in una condizione di semi-isolamento, dato che furono emarginati tanto dai britannici quanto dagli africani. Nonostante ciò, gli indiani furono un importante mezzo per la dominazione britannica sulle popolazioni indigene ed ebbero molti più contatti con esse di quanti ne ebbero gli inglesi che, in virtù della suddetta funzione, gli conferirono una maggior quantità di privilegi. Una tale condizione scatenò il risentimento delle popolazioni locali, che percepirono la presenza indiana come un’ulteriore ingerenza.
Nel ‘63, al culmine del processo di decolonizzazione, anno in cui il Kenya ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna, ottenimento che fu in parte merito degli indiani, gli inglesi offrirono a questi ultimi la possibilità di scegliere tra la cittadinanza britannica e quella keniota. La scelta fu quasi plebiscitaria e soltanto il 10% espresse la volontà di rimanere in Africa. Sfortunatamente l’offerta dei britannici si rivelò insufficiente, in quanto l’ingresso in Gran Bretagna fu consentito solo a 1.500 famiglie indiane all’anno, aumentando poi il numero sino a 3.000.
Fu così che molti indiani si ritrovarono catapultati nella condizione di rifugiati, mentre quelli rimasti in Kenya furono oggetto del risentimento dei kenioti e considerati i nuovi sfruttatori del paese.
T.P. Sreenivasan, che dal 1995 al 2000 ricoprì diversi ruoli istituzionali a rappresentanza dell’India in Kenya, sostiene che gli indiani siano costantemente oggetto di violenze da parte dei kenioti. Il diplomatico afferma, però, che queste violenze non siano conseguenza di un particolare odio verso gli indiani, ma che siano piuttosto dovute alla migliore condizione sociale degli indiani.
Indipendentemente da quale sia la vera causa delle violenze, ancora una volta, esse evidenziano tensioni razziali dovute alla mancanza di omogeneizzazione all’interno della società keniota, che resta in balia delle dispute per la detenzione del potere tra le varie tribù presenti sul territorio.
A. Palma

Fonti:

1) http://en.wikipedia.org/wiki/Kenya
2) http://www.rediff.com/news/2008/jan/10tps.htm
3) http://www.muslimpopulation.com/africa/Kenya/The%20uneasy%20life%20of%20Indians%20in%20Kenya.php
4) http://www.nybooks.com/articles/archives/1971/oct/07/the-lost-indians-of-kenya/?pagination=false
5) http://news.bbc.co.uk/onthisday/hi/dates/stories/february/4/newsid_2738000/2738629.stm

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