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L’ingresso nello slum di Korogocho rappresenta l’apice di un percorso lungo strade infinite che attraversano la vita della gente del luogo. Nella mezzora circa che separa l’oasi di tranquillità che è Alice Village, il van macina chilometri di asfalto polveroso delimitato dall’arcobaleno di negozietti e bancarelle e dopo una curva si è d’improvviso nello slum. L’impatto è forte e al contempo surreale. Il primo ricordo dello slum lo associo alla parola miseria, eppure, dopo avere camminato sul terreno fatto da strati e strati di immondizia depositatasi negli anni, evitato i rigagnoli di scolo che provengono dalle abitazioni, ti accorgi che miseria non è la parola esatta per descrivere Korogocho. La miseria appartiene a chi sente un senso di privazione, a chi vive il malessere di una condizione inferiore rispetto a qualcun altro, ma non è il caso degli abitanti dello slum. Mentre attraversavo la via che mi doveva condurre ad Alice School, un capannello di bambini è saltato fuori dalle porte delle case e ha iniziato a gridare “Mzungu! Mzungu! How are you? How are you?”. Era il loro modo per accoglierci nella loro casa. Lì ho capito che le loro esistenze vissute tra i fumi dei chioschi di chapati e mandasi, tra lo starnazzare delle anatre e il rombare dei moto-taxi non erano misere, anzi. La gente dello slum ha storie da raccontare, basta avere il coraggio di chiedere e lo stomaco per sedersi ed ascoltare. Le stesse storie erano dipinte sui volti dei bimbi di Alice School. Avevo il compito di tenere delle lezioni di “life skills” nella standard six, l’equivalente della seconda media in Italia. Le life skills sono “lezioni di vita”, consigli utili da tenere sempre a mente, quel genere di lezioni che noi occidentali ci vediamo impartite dai nostri genitori, dai nostri nonni, che sono date per scontate, ma che in questa terra dove l’HIV e la povertà fanno da padroni la famiglia non può esserci sempre e tutelare i ragazzi. Per questo c’è la scuola.
Quando sono entrata nella classe, quattro mura di lamiera e una sfilza di banchetti di legno con una quarantina di alunni, mi sono sentita come in una dimensione parallela. Quaranta paia di occhi che mi osservavano in attesa che iniziassi la spiegazione. Sono stati i loro sguardi a scuotermi, a cercare un contatto e a mettermi nei loro panni, a vincere almeno un po’ si quelle paure che portavo con me fin dall’inizio. Insegnare a delle ragazze a dire “No!” di fronte alle molestie del proprio zio, ai ragazzi a non provar vergogna delle loro emozioni e delle lacrime che qualche volta sgorgano da sole, è stata un’impresa che prima di mettere piede in Kenya non avrei mai immaginato di compiere. Forse è proprio per questo che il ricordo di quei momenti trascorsi con loro tra le lamiere e gli odori dello slum rimarrà impresso nella mia memoria per sempre.

Giulia

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