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In un report le Nazioni Unite hanno affermato che nonostante i numeri stiano diminuendo, la pratica della mutilazione genitale rimane comunque “quasi universale”. Basato sulla raccolta e analisi di 20 anni di dati ottenuti in Africa e Medio Oriente, il rapporto dell’UNICEF afferma che finora 125 milioni tra donne e bambine sono state sottoposte alla pratica e che nei prossimi anni altri 30 milioni sono a rischio.

Contro la mutilazione genitale da anni esistono leggi e trattati internazionali, ma non sono ancora riusciti a contrastare efficacemente questa pratica profondamente radicata nelle tradizioni delle comunità rurali e nomadiche e in alcuni gruppi etnici. Secondo la WHO la mutilazione genitale femminile è una violazione dei diritti umani delle donne e delle bambine che riflette una forma di inuguaglianza fortemente presente nelle tradizioni sociali. Inoltre, dato è solitamente effettuata su bambine tra gli 11 e 15 anni, costituisce non solo una violazione dei loro diritti all’infanzia, ma anche alla salute, integrità fisica e alla vita, nel caso la procedura risulti in decesso.

La ragione che è emersa più spesso a favore della mutilazione genitale è stata l’accettazione sociale all’interno della comunità. Infatti, spesso succede che se le bambine rifiutano la procedura, vengono diseredate dai padri poiché considerate fonte di disonore per la famiglia. Inoltre, la bambina non circoncisa a scuola viene derisa dai suoi pari perché “ancora bambina” e in seguito non riesce a trovare marito perché considerata incline all’infedeltà. 

Il paese africano dove la pratica è più diffusa è la Somalia (98%) seguita dalla Guinea (96%) e dal Djibouti (91%). In Kenya, sebbene la percentuale sia in diminuzione, la pratica è ancor molto comune all’interno delle tribù maasai.

Interessante è la storia di Kakenya Ntaiya, la quale all’età di 12 anni ha raggiunto un accordo con suo padre, ovvero si sarebbe sottoposta alla rimozione dei genitali esterni solo se le fosse stato permesso di continuare a studiare. Durante il periodo di studio trascorso negli Stati Uniti, ha scoperto però che la mutilazione genitale era già illegale in Kenya. Una volta tornata al suo villaggio, Ntaiya, ha aiutato a costruire una scuola per le bambine della suo comunità, ma soprattutto rifiutandosi di continuare a perpetrare questa forma di oppressione, ha finora cambiato la vita di 125 ragazze.

Fonti: Aljazeera , The Guardian , AllAfrica , 28toomany, Irin 

Giulia

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