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L’atterraggio a Nairobi, guardando dal finestrino. La terra si avvicina, è una terra diversa, brulla e all’apparenza quasi ostile. Arrivi in aeroporto, tra la gente, e la sensazione subito cambia. Sorridono, ti chiedono come va. Ti accolgono. 

Esci per le strade e il colpo è duro. Il viaggio in pulmino passa tra le chiacchiere con le altre volontarie, ma intanto lo sguardo corre attraverso i panorami che si stagliano dal finestrino. L’impatto è forte, quasi uno shock. Capisci davvero cosa vuol dire essere occidentalizzato. Le buche per strada sono in un certo senso una metafora di quello che questo paese e la sua gente prova. Però sorridono. 

La consapevolezza che tutto ciò che ti circonda è lontano anni luce da quello che vivi ogni giorno ti destabilizza. Mi fa sentire fuori luogo. L’energia sembra tutto ad un tratto sparire. E ti senti piccolo. Piccolo e impotente. Ti chiedi se sarai in grado di sopportare tutto questo. Ti chiedi cosa ci fai qui. Ti chiedi se è il posto giusto per te. 

La risposta poi ti arriva dalla persona più adatta, che ti vede determinata e forte. Tu ci credi, prendi quelle parole per vere, fino a che nel silenzio tutto non torna ad essere un punto di domanda. 

L’Africa è un punto di domanda. È tutto un mondo da scoprire, da amare e forse anche un po’ da temere. 

Ciò che frulla in testa è tanto, troppo, e difficile da raccontare. È l’impatto del primo giorno che blocca le persone in un certo senso. 

Poi però ci sono i bambini. Affettuosi, solari. Ti corrono incontro, cercano di scoprirti, di relazionarsi e mostrarti le parti migliori di loro. Ti prendono per mano, ti guidano in questo villaggio a te ora così sconosciuto. Ti fanno vedere i loro lavori e tutte le cose della loro quotidianità di cui sono così orgogliosi. Ti riempiono il cuore di gioia e i dubbi sembrano sparire.

Devi entrare a fare parte di quella quotidianità. Devi costruire una tua quotidianità: con te stesso, con loro, con tutto quello che ti circonda, con le tue aspettative, ma soprattutto con il carico di emozioni e sensazioni che ti porti dietro. 

L’impatto con gli slums è stato tosto e toccante, anche se pensavo che avrei potuto reagire in modo diverso e peggiore. 

Il vedere le persone così indaffarate, nei mestieri più semplici all’apparenza, nonostante la loro estrema povertà ti fa riflettere. Pensi a tutte le differenze che società come queste hanno da quelle occidentali. Ti fermi e capisci che la semplicità vince su tutto e che tutti noi avremmo bisogno di tanta semplicità nel nostro quotidiano, anche per vedere le cose in un prospettiva totalmente diversa da quella a cui siamo abituati. 

È difficile fare collegamenti con la propria quotidianità, ma quando nascono spontanei sono l’inizio di riflessioni più ampie e complesse, che fanno in modo che tu ti ponga interrogativi particolari, che ti spingono a vivere una tale esperienza in modo costruttivo e  completo.

Negli slums ci sono odori forti che ti rimangono addosso. Negli slums ci sono bambini che giocano per terra, tra cumuli di immondizia. Negli slums ci sono animali che vagano, senza che nessuno si occupi o preoccupi di loro. Negli slums ci sono i rigoli delle fogne a cielo aperto. Negli slums ci sono le lamiere completamente in vista e che contornano le minuscole vie, rendendole pericolose. Negli slums ci sono le persone che ti guardano con gli occhi sgranati. Negli slums vieni visto davvero come il diverso, il mzungu, il bianco che con la loro cultura non c’entra nulla. Negli slums, però, la gente che incontri si presenta e in un qualche modo cerca di parlarti di sé, anche se spesso solo con uno sguardo, con una stretta di mano. 

Dopo una giornata estenuante il ritorno al villaggio è sempre una gioia. I bambini circondano il van, senza neanche darti il tempo di scendere. Ti vedono carico di borse e ti vogliono aiutare, si fanno a capannello attorno a te e fanno a gara a chi prende per primo la borsa, per portartela fino in casa. Quelli con le mani libere ti abbracciano, ti mettono la mano sul braccio o ti prendono la mano. Capisci che durante la giornata gli sei mancato.

Entri nella cucina e sulla porta compare Paul, un bambino di dieci anni minuto, silenzioso e con l’aria malinconica. Ti chiede la sua fisarmonica. Appena la prende in mano, si siede sul divano e inizia a suonare. Dallo strumento escono note malinconiche, ma allo stesso tempo piene di vita. È una scena che ti stringe il cuore. Paul ci mette passione, non gli importa se ci siamo noi ad ascoltarlo. Suona per sé, come se si fosse chiuso in un mondo che è tutto suo. Senti i tuoi occhi luccicare. Senti che la commozione sale, ma trattieni le lacrime e sorridi. Appena smette di suonare applaudi e lo abbracci. Paul sorride, mette a posto la fisarmonica ed esce, dicendo: “See you later, at Devotion“.

Con questa immagine vuoi concludere la giornata, chiudere gli occhi ed addormentarti. 

L’Africa è un regalo continuo, uno scambio che non si interrompe mai, che ti riempie e ti svuota nel giro di un niente.

Matilde

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\u00c8 difficile fare collegamenti con la propria quotidianit\u00e0, ma quando nascono spontanei sono l’inizio di riflessioni pi\u00f9 ampie e complesse, che fanno in modo che tu ti ponga interrogativi particolari, che ti spingono a vivere una tale esperienza in modo costruttivo e  completo.<\/p>

Negli slums ci sono odori forti che ti rimangono addosso. Negli slums ci sono bambini che giocano per terra, tra cumuli di immondizia. Negli slums ci sono animali che vagano, senza che nessuno si occupi o preoccupi di loro. Negli slums ci sono i rigoli delle fogne a cielo aperto. Negli slums ci sono le lamiere completamente in vista e che contornano le minuscole vie, rendendole pericolose. Negli slums ci sono le persone che ti guardano con gli occhi sgranati. Negli slums vieni visto davvero come il diverso, il mzungu<\/i>, il bianco che con la loro cultura non c’entra nulla. Negli slums, per\u00f2, la gente che incontri si presenta e in un qualche modo cerca di parlarti di s\u00e9, anche se spesso solo con uno sguardo, con una stretta di mano. <\/p>

Dopo una giornata estenuante il ritorno al villaggio<\/b> \u00e8 sempre una gioia. I bambini circondano il van, senza neanche darti il tempo di scendere. Ti vedono carico di borse e ti vogliono aiutare, si fanno a capannello attorno a te e fanno a gara a chi prende per primo la borsa, per portartela fino in casa. Quelli con le mani libere ti abbracciano, ti mettono la mano sul braccio o ti prendono la mano. Capisci che durante la giornata gli sei mancato.<\/p>

Entri nella cucina e sulla porta compare Paul, un bambino di dieci anni minuto, silenzioso e con l’aria malinconica. Ti chiede la sua fisarmonica. Appena la prende in mano, si siede sul divano e inizia a suonare. Dallo strumento escono note malinconiche, ma allo stesso tempo piene di vita. \u00c8 una scena che ti stringe il cuore. Paul ci mette passione, non gli importa se ci siamo noi ad ascoltarlo. Suona per s\u00e9, come se si fosse chiuso in un mondo che \u00e8 tutto suo. Senti i tuoi occhi luccicare. Senti che la commozione sale, ma trattieni le lacrime e sorridi. Appena smette di suonare applaudi e lo abbracci. Paul sorride, mette a posto la fisarmonica ed esce, dicendo: \”See you later, at Devotion<\/i>\”.<\/p>

Con questa immagine vuoi concludere la giornata, chiudere gli occhi ed addormentarti. <\/p>

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