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Quando si inizia a leggere We Need New Names di No Violet Bulawayo, ci vuole un po’ per capire il luogo in cui si sviluppa la storia. Infatti, nel primo capitolo una gang di bambini – protagonisti del libro – gira per Budapest rubando frutti di Guava dai giardini dei ricchi, dopo di che si spostano a Shangai dove gli Africani lavorano per i cinesi nei cantieri. I bambini rubano i frutti per placare la fame e vanno a Shangai per chiedere ai cinesi oggetti – di pessima qualità – da poter rivendere. 

Quando tornano poi a Paradise, la baraccopoli dove vivono, fatta di baracche e alberi di Jacaranda sotto i quali gli uomini parlano di cambiamento reale per i loro paese, si può intuire che il paese di cui parlano è lo Zimbabwe e che Budapest e Shangai non sono altro che due aree della città che confina con Paradise. Quando non sono in giro, i bambini si divertono cantando e giocando al gioco dei paesi dove immagino di vivere in paesi felici come gli USA, il Regno unito, il Canada, l’Australia e la Svizzera e non in un paese di schifo come il loro.

Darling – la voce narrante – e il resto del gruppo sono bambini svegli e non si impressionano davanti alle troupes della BBC o davanti ai cooperanti che non fanno altro che scattare foto. Non capiscono nemmeno perché gli adulti di Paradise pregano Dio, Dio non gli ascolta mai. Loro sanno che sono gli unici che possono provvedere a sé stessi, nonostante ciò però sono bambini e hanno bisogno dei loro genitori anche quando ogni tanto sono così malati da non riuscire ad alzarsi o a provvedere alla famiglia o devono mandare all’estero i figli in paesi felici dove c’è cibo per tutti.

Anche Darling viene mandata negli Stati Uniti da una zia e lì deve trovare un modo per fare i conti con la nuova realtà e distanziarsi dal suo paese e dai suoi amici.

Sebbene la seconda parte del romanzo perda un pò di smalto, viene mantenuto un linguaggio molto creativo, esuberante, ricco di immagini, iperbole e ripetizioni per dare maggior enfasi. Ma il carattere più interessante dello stile della Bulawayo è che nel descrivere i pensieri dei bambini e i loro giochi, riesce a comunicare gli orrori della fame, della violenza, dell’AIDS in un modo semplice e molto efficace.

Fonte: sulromanzo.itInternazionale

Giulia

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Fonte: sulromanzo.it<\/a><\/b>, Internazionale<\/b><\/a><\/p>

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