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Un report recente pubblicato dalla FAO intitolato Food Wastage Footprint Impacts on Natural Resources ha evidenziato come 1.3 miliardi di tonnellate di rifiuti di cibo non solo sta causando ingenti perdite economiche ma anche danneggiando in maniera significativa le risorse naturali sulle quali l’umanità intera fa affidamento per nutrirsi. Questo report è il primo studio che analizza gli effetti dello spreco di cibo dalla prospettiva ambientalista guardando nello specifico alle conseguenze sul clima, la terra, l’acqua e la biodiversità.

Tra i principali verdetti: ogni anno il cibo prodotto e non mangiato raggiunge un volume pari alla portata d’acqua del fiume Volga ed è responsabile per 3.3. miliardi di tonnellate di gas sera nell’atmosfera.

Lo studio della FAO ha enfatizzato I numerosi benefici che possono essere raggiunti attraverso l’utilizzo di semplici ma attente misure da parte delle famiglie, ristoratori, commercianti, scuole in modo tale che contribuiscano alla sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare e crescita economica che potrebbero essere sintetizzate nella campagna di Zero Hunger Think Eat Save – reduce your footprint! (Pensa Mangia Conserva – riduci la tua impronta ecologica! -ed), il cui scopo è coordinare gli sforzi globali per la gestione dei rifiuti.

Viene inoltre aggiunto che il 54% dei rifiuti del mondo viene generato a monte, durante il processo di produzione e stoccaggio, mentre il 46% viene generato a valle con la lavorazione delle materie prime, la distribuzione e consumo del prodotto finito. Nel 2013 uno studio dell’Istituto di Ingegneria Meccanica (IIM) nel Regno Unito, ha stimato che circa il 30-50% di tutto il cibo prodotto nel mondo rimane immangiato. Il Nord America con L’Oceania sono i principali produttori di rifiuti (90Kg all’anno per persona), mentre l’Africa Sub-Sahariana è la zona del mondo che produce meno scarti (5Kg all’anno per persona).

Nei paesi in via di sviluppo, il 40% del cibo prodotto è perso a causa delle inadeguate infrastrutture per la lavorazione, lo stoccaggio e la refrigerazione. In Africa orientale per esempio, le perdite post- raccolto di mais sono stimate tra il 5% e il 35%. Il Ministro dell’agricoltura Kenyota, Sally Kosgey, ha detto che la mancanza di trasporti adeguati verso i mercati e le scarse strutture di stoccaggio hanno causato ingenti perdite di cibo già nelle fattorie di provenienza. Ha poi aggiunto che il dilemma si verifica sia nella stagione delle piogge sia con la siccità ed in entrambi i casi gli agricoltori si vedono ‘derubati’ di importanti quantità di cibo a causa delle strade impraticabili e a causa della mancanza d’acqua per la coltivazione.

Fonti: Afronline, FAO, Irinnews, UNEP

Giulia

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Viene inoltre aggiunto che il 54% dei rifiuti del mondo viene generato a monte, durante il processo di produzione e stoccaggio, mentre il 46% viene generato a valle con la lavorazione delle materie prime, la distribuzione e consumo del prodotto finito. Nel 2013 uno studio dell\u2019Istituto di Ingegneria Meccanica<\/b> (IIM) nel Regno Unito, ha stimato che circa il 30-50% di tutto il cibo prodotto nel mondo rimane immangiato. Il Nord America con L\u2019Oceania sono i principali produttori di rifiuti (90Kg all’anno per persona), mentre l\u2019Africa Sub-Sahariana \u00e8 la zona del mondo che produce meno scarti (5Kg all’anno per persona).<\/p>

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