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Tra l’11 e il 16 agosto 2012,
presso la miniera di platino gestita dalla società britannica Lonmin a
Marikana, a circa 100 km da Johannesburg in Sudafrica, 34 persone vennero
uccise e circa 78 ferite negli scontri tra le forze di sicurezza, la leadership
del sindacato ‘moderato’ NUM e i minatori in sciopero contro le condizioni
salariali. Il massacro di Marikana rappresenta il più brutale uso diretto di
forza da parte della polizia contro i civili dai tempi dell’apartheid.

Quali sono state le
conseguenze concrete delle proteste? Nonostante Lonmin Platinum abbia risolto la
crisi con un aumento di circa il 20% delle retribuzioni e un bonus di 2000 rand
(l’equivalente di meno di 200 euro in valuta locale) per persona, la situazione
non sembra essere migliorata né per la compagnia, né per i lavoratori. Oggi, la
società britannica si ritrova nel mezzo di una crisi di settore che
probabilmente la costringerà a massicci licenziamenti. Nonostante la protesta
abbia dato una scossa all’intero settore minerario del Sudafrica, né il
Governo, né i sindacati hanno intrapreso azioni concrete per uscire
dall’impasse. La verità è che non si sa da dove cominciare. Se da una parte
l’industria estrattiva impiega più di 500mila persone, dall’altra il suo peso
sull’economia del Paese è andato restringendosi costantemente negli ultimi
dieci anni, fino a scendere sotto il 10% del PIL. Le compagnie dipendono da
prezzi stabiliti su scala mondiale e ultimamente i loro bilanci hanno
registrato grosse perdite a causa del declino del rand. A rendere ancora più
problematico un aumento dei salari è il tasso di disoccupazione (circa un
quarto della popolazione è senza lavoro), non contando coloro che hanno smesso
di cercare lavoro.

Un altro tema cruciale emerso
a seguito dei fatti di Marikana, e strettamente collegato all’industria
estrattiva, è quello dello sfruttamento dei cosiddetti ‘migrant workers‘. Questi
lavoratori, provenienti dalle aree rurali più povere dei paesi confinanti, sono
principali protagonisti delle manifestazioni dell’ultimo anno e sono anche
quelli che svolgono il lavoro più duro: trivellare la roccia in condizioni
molto rischiose e spesso disumane. Il sistema di sfruttamento dei migranti non
è cambiato in quasi vent’anni di democrazia: il ciclo prevede dodici mesi di
lavoro e solo due brevi pause per Natale e Pasqua, il che costringe gli operai
a rimanere lontani dalle famiglie per la maggior parte dell’anno. Dopo
l’abolizione dell’apartheid, le società minerarie sono state costrette a
fornire alloggi e ‘rimborsi spese’ ai migranti perché potessero far fronte al
mantenimento delle famiglie nelle campagne. Tuttavia, molti di questi
lavoratori, per risparmiare sul trasporto, hanno scelto di vivere nei pressi
delle miniere, dove spesso hanno una seconda famiglia da mantenere in baracche
prive di elettricità e acqua corrente, in condizioni sanitarie estremamente
precarie. Questa situazione, sempre più diffusa, ha generato un calo nelle
rimesse verso le campagne, ed è alla base delle insistenti richieste di aumento
salariale.

Fonte: il Caffè Geopolitico 

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Tra l\u201911 e il 16 agosto 2012,\npresso la miniera di platino gestita dalla societ\u00e0 britannica Lonmin a\nMarikana, a circa 100 km da Johannesburg in Sudafrica<\/b>, 34 persone vennero\nuccise e circa 78 ferite negli scontri tra le forze di sicurezza, la leadership\ndel sindacato \u2018moderato\u2019 NUM e i minatori in sciopero contro le condizioni\nsalariali. Il massacro di Marikana<\/b> rappresenta il pi\u00f9 brutale uso diretto di\nforza da parte della polizia contro i civili dai tempi dell\u2019apartheid.<\/p>

Quali sono state le\nconseguenze<\/b> concrete delle proteste? Nonostante Lonmin Platinum abbia risolto la\ncrisi con un aumento di circa il 20% delle retribuzioni e un bonus di 2000 rand\n(l\u2019equivalente di meno di 200 euro in valuta locale) per persona, la situazione\nnon sembra essere migliorata n\u00e9 per la compagnia, n\u00e9 per i lavoratori. Oggi, la\nsociet\u00e0 britannica si ritrova nel mezzo di una crisi di settore che\nprobabilmente la costringer\u00e0 a massicci licenziamenti. Nonostante la protesta\nabbia dato una scossa all’intero settore minerario del Sudafrica, n\u00e9 il\nGoverno, n\u00e9 i sindacati hanno intrapreso azioni concrete per uscire\ndall’impasse. La verit\u00e0 \u00e8 che non si sa da dove cominciare. Se da una parte\nl\u2019industria estrattiva impiega pi\u00f9 di 500mila persone, dall’altra il suo peso\nsull’economia del Paese \u00e8 andato restringendosi costantemente negli ultimi\ndieci anni, fino a scendere sotto il 10% del PIL. Le compagnie dipendono da\nprezzi stabiliti su scala mondiale e ultimamente i loro bilanci hanno\nregistrato grosse perdite a causa del declino del rand. A rendere ancora pi\u00f9\nproblematico un aumento dei salari \u00e8 il tasso di disoccupazione (circa un\nquarto della popolazione \u00e8 senza lavoro), non contando coloro che hanno smesso\ndi cercare lavoro.<\/p>

Un altro tema cruciale emerso\na seguito dei fatti di Marikana, e strettamente collegato all’industria\nestrattiva, \u00e8 quello dello sfruttamento dei cosiddetti ‘migrant workers<\/i>‘. Questi\nlavoratori, provenienti dalle aree rurali pi\u00f9 povere dei paesi confinanti, sono\nprincipali protagonisti delle manifestazioni dell\u2019ultimo anno e sono anche\nquelli che svolgono il lavoro pi\u00f9 duro: trivellare la roccia in condizioni\nmolto rischiose e spesso disumane. Il sistema di sfruttamento dei migranti non\n\u00e8 cambiato in quasi vent’anni di democrazia: il ciclo prevede dodici mesi di\nlavoro e solo due brevi pause per Natale e Pasqua, il che costringe gli operai\na rimanere lontani dalle famiglie per la maggior parte dell\u2019anno. Dopo\nl\u2019abolizione dell\u2019apartheid, le societ\u00e0 minerarie sono state costrette a\nfornire alloggi e \u2018rimborsi spese\u2019 ai migranti perch\u00e9 potessero far fronte al\nmantenimento delle famiglie nelle campagne. Tuttavia, molti di questi\nlavoratori, per risparmiare sul trasporto, hanno scelto di vivere nei pressi\ndelle miniere, dove spesso hanno una seconda famiglia da mantenere in baracche\nprive di elettricit\u00e0 e acqua corrente, in condizioni sanitarie estremamente\nprecarie. Questa situazione, sempre pi\u00f9 diffusa, ha generato un calo nelle\nrimesse verso le campagne, ed \u00e8 alla base delle insistenti richieste di aumento\nsalariale.<\/p>

\n\n\n\n\nFonte: il Caff\u00e8 Geopolitico<\/a> <\/span>
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