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Nel tentativo di condividere i benefici delle compagnie internazionali che per vendere, sfruttano la loro identità culturale, il popolo Maasai sta cercando di ottenere il marchio registrato sul loro nome e sui loro design. Infatti, nell’immaginario collettivo, la figura del Maasai è molto forte quindi lo sfruttamento del brand culturale non è poi così sorprendente. Ciò che sorprende invece, è che l’80% del tribù Maasai si trova al di sotto dello standard della soglia di povertà (ovvero $1.25 al giorno) e finora non ha ottenuto alcun beneficio dalle aziende.

Isaac ole Tialolo, un leader anziano della comunità e presidente di una nuova organizzazione: Maasai Intellectual Property Initiative (Iniziativa per la proprietà Intellettuale Maasai), attraverso delle consultazioni con le tribù Maasai in Kenya e Tanzania sta cercando di creare un’assemblea generale di anziani il cui scopo è quello di agire da organo legale e capace di negoziare la licenza con le aziende. Il fine ultimo dell’organizzazione quindi, è quello di permettere al gruppo etnico di sviluppare ed esercitare i propri diritti economici.

Attualmente, il problema principale è che le aziende, anzichè condividere equamente i profitti ottenuti sul mercato internazionale dalla vendita di una determinata immagine culturale, riconoscono alla comunità d’origine solo un esiguo contributo.

In Italia, marchi come Ilaria Venturini e Fendi hanno preso parte ad iniziative etiche, ad esempio Fashion4Development che supporta le attività del Centro del Commercio Internazionale delle Nazioni Unite in Africa connettendo case di moda internazionali con artigiani africani, patrocinando questioni come lo sviluppo, riduzione della povertà e sostenibilità ambientale. L’obbiettivo di queste iniziative è quindi quello di promuovere la responsabilità etica nelle collaborazioni con comunità indigene. Per quanto riguarda la rivendicazione dei diritti economici del popolo Maasai, rimane ancora un punto interrogativo sull’effettiva fattibilità.

Fonte: The Guardian

Giulia

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Fonte: The Guardian<\/a><\/p>

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