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Il libro, nella sua versione originale, è intitolato “Ghana Must Go”, appellativo con il quale si fa riferimento al periodo, l’inverno del 1983, durante il quale il governo nigeriano spiccò un ordine di espulsione per circa due milioni di ghanesi. È un titolo che assume pieno significato all’interno del contesto nel quale è stato ideato, ma che probabilmente non avrebbe avuto grosso riscontro se fosse arrivato a noi senza essere adattato in “La Bellezza delle Cose Fragili“.

Sin dalle prime pagine, questo romanzo si dimostra molto coinvolgente. Sin dalla descrizione acuta e leggera di un marito che cerca di non svegliare sua moglie scendendo dal letto, anche se lei “dorme come una bambina” o “come un cocoyam, una cosa priva di sensi“. Sin dal racconto di una banale fine per infarto che si colora inaspettatamente nel panorama ghanese che la circonda. Sin da quel piccolo particolare, le pantofole smarrite, lasciate da parte, ricercate in tutto il romanzo. Sin da quella considerazione sull’inevitabilità della morte di un neonato “il genere di cose di cui ci si preoccupa tanto in America e per nulla invece in posti come Riga o Accra“. Perché così è la vita. Così è ancora oggi in molti paesi del mondo che non ricordiamo mai; così è stata fino a pochi anni fa anche qui, ma dei decenni trascorsi tendiamo a non ricordarci mai. Si parla di Ghana, ma è come se si parlasse della Sila, della campagna emiliana o delle valli alpine. 

Taiye Selasi ha coniato il termine “afropolitan” proprio per descrivere l’universo dei figli di africani immigrati degli anni ‘60 e ’70 che hanno raggiunto il traguardo dell’assoluta integrazione culturale, politica, sociale, economica nell’Occidente. Il suo libro rispecchia questa esperienza personale e comune, descrivendo la famiglia Sai, sparpagliata nel mondo, narrandone in modo molto contemporaneo, diretto e sottile le sue ragioni e le radici, i legami, le speranze, le delusioni e le sofferenze.

Fonti: Start From ScratchWuz

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Sin dalle prime pagine, questo romanzo si dimostra molto coinvolgente. Sin dalla descrizione acuta e leggera di un marito che cerca di non svegliare sua moglie scendendo dal letto, anche se lei \”dorme come una bambina<\/i>\” o \”come un cocoyam, una cosa priva di sensi<\/i>\”. Sin dal racconto di una banale fine per infarto che si colora inaspettatamente nel panorama ghanese che la circonda. Sin da quel piccolo particolare, le pantofole smarrite, lasciate da parte, ricercate in tutto il romanzo. Sin da quella considerazione sull’inevitabilit\u00e0 della morte di un neonato \”il genere di cose di cui ci si preoccupa tanto in America e per nulla invece in posti come Riga o Accra<\/i>\”. Perch\u00e9 cos\u00ec \u00e8 la vita. Cos\u00ec \u00e8 ancora oggi in molti paesi del mondo che non ricordiamo mai; cos\u00ec \u00e8 stata fino a pochi anni fa anche qui, ma dei decenni trascorsi tendiamo a non ricordarci mai. Si parla di Ghana<\/b>, ma \u00e8 come se si parlasse della Sila, della campagna emiliana o delle valli alpine. <\/p>

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Fonti: Start From Scratch<\/a>, Wuz<\/a><\/p>\n”,”class”:””}]}[/content-builder]

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