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Nonostante gli sforzi dei vari governi e delle ONG per porre fine allo stigma e alla discriminazione contro le persone affette da HIV/AIDS, a 30 anni dalla scoperta dell’epidemia, in Africa questa pratica è ancora dilagante. E diventa un problema è ancora peggiore nel caso di bambini e vedove che sono spesso diseredati dopo la morte del compagno o dei genitori. Roy Phiri, nato nel 2001 a Lilanda, periferia di Lusaka, Zambia, è orfano dal 2010 quando ha perso entrambi i genitori a causa dell’HIV/AIDS. Sebbene la nonna riesca a prendersi cura di lui, non è stata però in grado di affrontare la discriminazione che il vicinato e i compagni di scuola hanno mostrato verso suo nipote anche lui affetto da HIV. I suoi compagni di classe non gli permettono nemmeno di unirsi ai giochi, dicendo che li infetterebbe.

Nella Contea di Kisii, Kenya, 9 persone su 100 sono affette da HIV/AIDS, ma la stigmatizzazione ha spinto molti al suicidio lasciando i figli orfani obbligandoli a prendersi cura di sé stessi. Cercando di contribuire al bene della comunità, David Marube, ha deciso di aprire una scuola primaria nel villaggio di Nyumue dove i bambini pagano solo una piccola quota annuale e lui pensa al resto, compresi gli stipendi degli insegnati. Per lo stesso motivo, nel 2008, Agnesi Bosibori ha avviato un programma di educazione al sesso sicuro nel villaggio di Tabaka “la maggior parte dei residenti non ha la minima idea di come avvenga l’infezione da HIV/AIDS”, e a causa dell’ignoranza sull’argomento, è stata spesso insultata e picchiata.

Gli esperti dicono che “per quanto si provi a ridurre il tasso di infezione nelle aree più colpite, se non eliminiamo lo stigma, non si conseguirà nessun risultato concreto”.

Standard MediaRedattore Sociale

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