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La Giornata Mondiale in Ricordo della Tratta degli Schiavi e della Sua Abolizione è stata celebrata per la prima volta nel 1998 con l’intento di commemorare chi ha lavorato duramente per abolire la schiavitù e la tratta degli schiavi in tutto il mondo.

La data è stata scelta perché nella notte tra il 22 e il 23 agosto 1791 iniziò la ribellione degli schiavi di Santo Domingo (ora Haiti) guidati da Toussaint Louverture che indebolì il sistema coloniale caraibico portando all’indipendenza dell’isola marcandone anche l’abolizione del sistema della schiavitù. Sebbene la cifra totale sia ancora incerta, si stima che per oltre quattro secoli più di 15 milioni di uomini, donne e bambini siano stati vittime della tragedia della tratta degli schiavi, uno dei capitoli più scuri della storia umana. Non a caso, il tema di quest’anno è “Vittoria sulla Schiavitù: Haiti e oltre”. Il 2014 segna anche il ventesimo anniversario del progetto UNESCO “Slave Route Project” (Progetto Rotte degli Schiavi –), lanciato nel 1994 in Benin per rompere il silenzio che circondava la questione della tratta degli schiavi.

Questo esercizio di memoria è fondamentale, non solo per richiamare un dramma a lungo occultato o sconosciuto, ma per ricordare a noi e alle giovani generazioni come l’economia mondiale e i luoghi dove essa si è sviluppata affondino le loro radici sullo sfruttamento e sulla tratta degli esseri umani. Infatti, nonostante l’art. 5 della Carta dei Diritti dell’Uomo vieti espressamente il traffico di esseri umani, esso miete ogni anno circa 700.000 vittime. In Kenya e lungo tutta la costa dell’Africa orientale e della costa meridionale della Penisola Arabica esiste un tipo di schiavitù chiamato con il termine Swahili Aya’ attraverso il quale bambine o giovani donne provenienti dalle campagne vengono assunte da famiglie di città, dove devono lavorare senza orario o altri diritti per una paga minima cibo e alloggio. Queste persone subiscono spesso abusi sessuali senza diritto di protesta. E a volte perdono la vita proprio per mano dei loro ‘padroni’.

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UNESCO<\/a>, La Repubblica<\/a><\/p>\n”,”class”:””}]}[/content-builder]

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