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Un hamburger costa 2.400 litri di acqua. Una fiorentina da mezzo chilo 8 mila litri. Per un chilo di aglio ne bastano 518 e per un chilo di cereali 1.543. Si tratta di impronta idrica: per produrre cibo in quantità crescente ci vuole molta acqua dolce, più di quella naturalmente disponibile in molte aree. E infatti, si utilizzano anche le falde di acqua fossile, quella che si ricarica solo in tempi lentissimi e che quindi non garantisce l’approvvigionamento sul lungo periodo.

Per ora a queste difficoltà si risponde in modo più o meno indolore con il commercio. Chi non ha acqua la compra inglobata nei prodotti alimentari. Ma, calcolando che a livello globale il 70% dell’acqua viene utilizzata in agricoltura e che nelle zone aride si arriva al 90%, è facile prevedere che l’acqua ‘virtuale’ diventerà, con l’accentuarsi del cambiamento climatico, sempre di più una risorsa strategica e una fonte crescente di tensione.

Come disinnescare questa mina? Non esiste un unico rimedio ma due direzioni di marcia sono interessanti. La prima, reintrodurre in agricoltura una varietà con un bisogno idrico ridotto e sistemi di coltivazione non estensivi. La seconda, riguarda la dieta e il peggioramento delle nostre abitudini alimentari. La dieta mediterranea ha in teoria un impatto idrico molto minore di quella a base di carne, peccato però che negli ultimi anni il nostro stile di vita sia peggiorato: ad esempio siamo passati dal pollo ruspante al wurstel, e la maggior parte dei beni che importiamo richiedono molta acqua nella loro produzione.

la Repubblica

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