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In Mauritania la schiavitù è ancora una realtà. In questo paese poverissimo di tre milioni e mezzo di abitanti, si calcola che siano almeno 700mila (il 20% della popolazione) le persone costrette a vivere alle dipendenze di un padrone. Essere schiavi in Mauritania significa, nascere schiavi, ovvero “proprietà del padrone che può comprarti, venderti e disporre come meglio crede di te e della tua prole“. La popolazione nera è in gran parte analfabeta e accetta la schiavitù come una condizione naturale voluta da Dio. “Servi il padrone e taci” spiega Brahim, ex-schiavo, membro dell’associazione Sos Esclaves che tenta di rendere consapevoli dei loro diritti gli schiavi.

Un segno di speranza è arrivato dalle ultime elezioni del giugno 2014. Sebbene le abbia vinte Mohamed Ould Abdel Aziz, che guida il Paese dal 2008 grazie a un golpe militare, ha stupito il 10% ottenuto da Biram Dah Abeid, un ex-schiavo abolizionista e leader dell’IRA (Initiative de Résurgence du mouvement Abolitionniste).

Nel 2012 è salito alla ribalta grazie ad un gesto eclatante: bruciò pubblicamente alcuni libri che indottrinavano gli schiavi ad essere fieri della loro condizione. Quel gesto gli costò la galera ma gli aprì la strada al favore di molti e all’attenzione nazionale e internazionale. Biram ha ottenuto una nomination al Premio Sacharov per i diritti umani. La candidatura alle elezioni doveva essere puramente simbolica e il risultato è apparso eccezionale anche allo stesso Biram visto che “gli schiavi non votano“. Ma la strada da percorrere per l’emancipazione degli schiavi mauritani è ancora molto lunga.

Redattore Sociale

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Redattore Sociale<\/a>
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