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Ebola ha ucciso più di 2mila persone in Liberia, il paese più colpito dei tre paesi dell’Africa Occidentale sin dall’insorgenza dell’epidemia, ma i Liberiani che sono riusciti a emigrare o che vivono da anni all’estero, sono diventati vittime di uno stigma basato sulla paura dell’ignoto.

La campagnaI am a Liberian, not a virus” (Sono liberiano, non un virus –) ha lo scopo di mettere la parola fine a questo tipo di discriminazione ponendo l’attenzione su un punto vitale: tutti coloro che provengono dai paesi colpiti dal virus, sono prima di tutto esseri umani.

Purtroppo però questo tipo di stigmatizzazione sta avvenendo in tutto il mondo mettendo addirittura cittadini di paesi africani gli uni contro gli altri. Sono numerosi i liberiani che hanno dovuto abbandonare la loro casa e scappare a causa della pandemia e vengono comunque trattati con sospetto a causa della conseguente paura dell’ignoto.

Shoana Solomon, liberiana che ha deciso di prendere parte a questa campagna di sensibilizzazione sostiene che “c’era da attendersi una reazione del genere, in particolare quando le persone non si informano adeguatamente. La colpa è anche dei media, radio e televisioni che bombardano ogni secondo le nostre case con news riguardanti ebola accompagnandole da musiche drammatiche e immagini spaventose. È ovvio che il pubblico è più colpito dal numero crescente di decessi senza prestare attenzione al modo in cui si contrae il virus.

Aljazeera

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Shoana Solomon<\/b>, liberiana che ha deciso di prendere parte a questa campagna di sensibilizzazione sostiene che \u201cc\u2019era da attendersi una reazione del genere, in particolare quando le persone non si informano adeguatamente. La colpa \u00e8 anche dei media<\/b>, radio e televisioni che bombardano ogni secondo le nostre case con news riguardanti ebola accompagnandole da musiche drammatiche e immagini spaventose. \u00c8 ovvio che il pubblico \u00e8 pi\u00f9 colpito dal numero crescente di decessi senza prestare attenzione al modo in cui si contrae il virus.<\/i>\u201d<\/p>

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