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È ripresa l’espulsione delle comunità di pastori Maasai di Loliondo dalle loro terre ai confine tra Tanzania e Kenya, per far posto ad una riserva di caccia esclusiva, privando così decine di migliaia di persone dei propri mezzi di sussistenza e delle radici stesse della propria identità per far posto al divertimento di pochi privilegiati e mettendo a rischio la biodiversità locale.

Il calvario di queste comunità è iniziato alla fine degli anni ‘50, quando furono espulsi per far spazio al Parco del Serengeti e rilocati in un terreno tra i parchi del Serengeti, del Maasai Mara e di Ngorongoro. La storia rinizia nel ’92, quando il governo tanzaniano dà la licenza di organizzare battute di caccia alla ‘Ortelo Businness Corporation’ (Dubai), permettendo di espandere la riserva su 1500 km² di territorio Maasai. Da allora la compagnia ha messo in atto misure che hanno di fatto limitato il diritto dei pastori Maasai di utilizzare la propria terra per il pascolo e di accedere ai pozzi e alle sorgenti. Ma nonostante cò, per circa 20 anni si era riuscito a convivere. Nel 2009, però, è entrata in vigore una legge che impedisce attività di pascolo e coltivazione su quel territorio. È da allora che i Maasai di Loliondo subiscono periodicamente tentativi ‘legali’ di espulsione dalla loro terra, lasciando senza casa, cibo e assistenza medica migliaia di persone, compresi molti bambini. 

Eppure, lo scorso novembre, grazie anche alla pressione internazionale, il presidente tanzaniano, Jakaya Kikwete, aveva dichiarato: «Non c’è mai stato e mai ci sarà nessun piano del governo della Tanzania di espellere i Maasai dalle loro terre ancestrali». Ma alle dichiarazioni informali su twitter non era seguito nessun documento formale.

Nigrizia 

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