News e Comunicazioni

#day86

Giornata internazionale della pace, storia di una guerra dimenticata.

“Sembra quasi che quarant’anni di guerra civile e molti altri di dolore abbiano bloccato la sua capacità ad additare qualcuno come colpevole…”

Un rifugiato congolese ha trovato la pace in uno slum di Nairobi: ci ha raccontato la sua storia – INTERVISTA

(Da www.aliceforchildren.it – di Daniele Paladini, Arianna Pedrini, Paola Perfetti)

Dandora, Nairobi. 20 luglio 2016 e un nuovo giorno per i progetti di Alice for Children.
In Africa accadono cose straordinarie ovunque. L’incredibile bellezza di questa terra riesce a raggiungere anche un giorno qualunque nella discarica di Dandora. Quel giorno, inaspettatamente, è arrivato Jean-Joel Bijende.

Non si era mai visto prima, anche se il preside della scuolina di una delle discariche con slum annesso di Nairobi, Thomas Amunga, aveva accennato più volte dell’esistenza di un suo amico dalla storia speciale. E Amunga, che è un uomo attento, aveva capito che quella storia straordinaria la volevamo proprio sentire. Ha detto: ‘Fatevi raccontare la sua’ ed eccolo, Jean Joel Bijend.

E’ un uomo altissimo, molto magro, una faccia smunta. Più lo guardi più ti viene da pensare: ‘in un’altra vita deve essere stata una giraffa’. Indossa jeans, una camicia tipica africana oversize e un grande orologio al polso.
Si fa avanti con un velo di timore reverenziale, quasi intimidito. Poi, preso un pizzico di coraggio, mostra alcune fotocopie dei suoi documenti personali.
Tra questi spunta subito la fotocopia del suo status di rifugiato di UNHCR (United Nation High Committee Refugees): ‘ho la fotocopia perché se perdo l’originale è un bel pasticcio’, dice. ‘A casa conservi gli originali?’ – la risposta è affermativa. Passano pochi minuti, il tempo di accordarci con Amunga, ed eccoci in cammino verso la casa in cui Jean abita con la moglie, i suoi due figli e una parente della moglie.

Di lui, fino a qui non si sapeva nulla. Amunga aveva solo raccontato della presenza di questo vicino di casa molto speciale, salvo poi scoprire che Jean-Joel non è né suo amico né suo vicino di casa. Da queste parti si usa dire ‘amico’ anche in situazioni d questo tipo.

Jean-Joel Bijende oggi impartisce lezioni di francese ai bambini. Lo fa ogni lunedì e venerdì. Sapevamo che in questi giorni sarebbe stato nei dintorni, un po’ per parlare in francese, sua lingua madre, un po’ per conoscere anche noi ‘musungo’, uomini bianchi come ci chiamano da queste parti.

Sono appena dieci minuti di cammino quando incontriamo quel che resta dell’idea di un ponte di calcestruzzo, sospeso sopra a un fiume di acqua, fango e spazzatura. Ci sale senza paura e si lascia scattare la prima foto.
Trascorrono altri dieci minuti e mi illustra una zona a me fino ad allora sconosciuta dello slum, siamo quasi nella periferia di Dandora. ‘Qui, come me, vive un alto numero di rifugiati congolesi. Per la mia casa pago al mese 4500 Sh’, (l’equivalente di 45 euro, N.d.r.)’, mi spiega.

Ed eccoci a casa. E’ molto dignitosa, lo noto subito, ma non ho ancora fatto in tempo a dare una sbirciatina a mobili e suppellettili che il più piccolo dei suoi figli scoppia in lacrime disperato. Solo dopo Jean mi spiegherà che sono il primo ‘Musungo’, ‘uomo bianco’, che il suo piccino vedeva in vita sua. Uno spavento.

Mi fa accomodare su un divanetto. Su un tavolino davanti a me sciorina un bel pacchetto di documenti, alla vista molto ‘vissuti’. Sembra orgoglioso di possederli e di mostrarmeli.
Tra i vari fogli trovo i tesserini dell’UNHCR, il suo diploma di Laurea – sulla strada mi aveva detto aver conseguito la laurea congolese in Burundi ma non ci avevo creduto, e invece eccomi smentito -. Su un ritaglio di giornale trovo una vignetta satirica che parla del rapporto tra europei e rifugiati. Segue un tre pagine pinzate: è la lista provvisoria dei morti del genocidio dei rifugiati congolesi, datata presumibilmente 13 agosto 2004.
La lista include un lungo elenco di nomi divisi tra nome, sesso ed età. Parecchi, troppi sono bambini.

Spunta il certificato medico per vittime di violenza sessuale: nella tragedia, voglio sperare che sia della moglie e non della figlia. Il documento è confidenziale, ma Jean vuole raccontarmi la sua storia.

‘Peccato tu non sappia il francese, Daniele’ – mi dice – ‘Avrei un sacco di cose da raccontarti’. Mi viene un’idea: tra le volontarie italiane giunte a Nairobi a Luglio c’è Arianna, francofila D.O.C. e pronta a laurearsi a Parigi. Sarà lei a raccogliere le confidenze di Jean.

 

Fonte: https://www.facebook.com/90daysinAfrica/?fref=ts

Per saperne di più sulla Guerra Civile in Congo:

http://www.ilpost.it/2010/06/29/congo-guerra-storia-razzie-zaire/ 

http://www.treccani.it/enciclopedia/le-guerre-della-repubblica-democratica-del-congo_(Atlante-Geopolitico)/

 

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