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S’intitola “Rafiki” (“Amico/a” in lingua kiswahili), parla d’amore ed è il primo film keniano della storia a essere stato selezionato per il Premio “Un Certain Regard” al Festival del Cinema di Cannes.

Per qualsiasi paese questa scelta rappresenterebbe una fonte di orgoglio nazionale, che potrebbe portare la cinematografia autoctona fuori dai propri confini, e proiettarla direttamente in uno dei festival più rinomati e seguiti dall’intero mondo del cinema. Ma non è questo il caso.

Perché c’è un “piccolo” particolare che mette i bastoni tra le ruote alla corsa di “Rafiki” alla celebrità nazionale e internazionale: il film parla sì di una storia d’amore, ma di una storia d’amore tra due donne. Due ragazze keniane, belle e giovani.

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Ispirato a un racconto dell’autrice ugandese Monica Arac de Nyeko (“Jambula Tree” è il titolo originale dell’opera), “Rafiki” racconta la storia di Kena e Ziki, due ragazze separate dall’odio dei loro padri – uomini dispotici e rappresentanti politici di due fazioni opposte – che, nonostante la divisione tra le loro famiglie e i pregiudizi della loro comunità, s’innamorano e combattono contro tutto e tutti per rimanere unite.

La regista che ha portato su pellicola questa storia d’amore si chiama Wanuri Kahiu: nata a Nairobi negli anni ‘80, è stata premiata più di una volta per il suo lavoro come regista di corti e lungometraggi (tra i premi, ricordiamo i 5 award conseguiti all’Africa Movie Awards Oscar per il film “From a Whisper” del 2009) e applaudita sia dal pubblico, che dalla critica africana, che dal Kenya Film Classification Board (KFCB), il comitato nazionale che regola la creazione e la diffusione dei contenuti per il cinema. Lo stesso comitato che, pochi giorni dopo l’annuncio della scelta di Cannes, ha bandito “Rafiki” dalle sale cinematografiche keniane.

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Wanuri Kahiu

Nonostante il Chief Executive del comitato, Ezekiel Mutua, saputo della nomination della pellicola a Cannes, avesse definito Wanuri Kahiu una delle più grandi registe keniane, il Board ha successivamente classificato il film come un chiaro manifesto all’omosessualità, il cui palese intento è quello di promuovere le relazioni lesbiche; per questo, “Rafiki”, sempre a detta del comitato, va contro ogni principio morale e culturale keniano, e, non di meno, contro la legge nazionale.

Per chi non lo sapesse, infatti, l’omosessualità è un reato in Kenya, punibile con una detenzione da 5 a 14 anni. I paesi africani in cui le relazioni tra persone dello stesso sesso non sono considerate come reato penale sono una quindicina, su un totale di 54; e in Kenya, la pena è ancora da considerarsi “lieve”, tenuto conto che in alcuni paesi (come la Nigeria e il Sudan) gay e lesbiche rischiano di essere condannati a morte.

Non c’è quindi da stupirsi se il KFCB ha deciso di classificare “Rafiki” come film indesiderato e pericoloso, e sia arrivato addirittura a chiedere alle agenzie straniere coinvolte nel finanziamento della pellicola di smettere di sostenere economicamente film che ledono la sensibilità del popolo keniano.

Wanuri Kahiu, accusata oltretutto dalle autorità keniane di aver travisato e distorto la trama del racconto originale, si è subito detta scossa e dispiaciuta per la reazione e il conseguente bando del suo lungometraggio, anche alla luce del fatto che, come dice lei, in Kenya ormai persone di tutte le età e generi hanno la possibilità, grazie a internet e allo streaming online, di guardare film stranieri che parlano esplicitamente di omosessualità. Il fatto che proprio un film keniano sia stato condannato in tale maniera, le risulta quindi contradditorio e oltremodo doloroso.

Mentre 82 attrici, registe e rappresentanti dello spettacolo internazionale sfilano per mano sul red carpet al grido di “Me Too!”, Wanuri sta quindi combattendo la sua battaglia personale e non solo, dentro e fuori i confini della propria patria, in attesa delle premiazioni di sabato 19 maggio.

Alla giuria del Festival di Cannes, dunque, l’ultima sentenza…

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