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“Come mai il bambino che sostengo a distanza ha un cognome diverso dai suoi fratelli?”

Ecco una domanda che i genitori a distanza più attenti ci fanno spesso, leggendo le storie e gli aggiornamenti dal Kenya che Francesca, la responsabile del sostegno a distanza, invia regolarmente a tutti i nostri genitori.

Ed ecco la spiegazione.

Innanzitutto, moltissimi bambini provenienti dalle baraccopoli hanno la stessa madre ma padri differenti e, quindi, hanno cognomi diversi pur appartenendo alla stessa famiglia (perché, nella maggior parte dei casi, i bambini di genitori separati rimangono con la madre). Dovete sapere che nelle baraccopoli di Nairobi e soprattutto a Dandora colui che viene chiamato “papà” non è necessariamente il padre biologico: senza troppe questioni burocratiche e senza troppe discussioni etiche, la comunità considera il padre di famiglia colui che ha scelto di stare con la madre e prendersi cura dei suoi figli.

Tuttavia, se questa fosse l’unica spiegazione, non ci sarebbe nulla di così curioso da raccontarvi.

La curiosità sta nelle consuetudini legate all’appartenenza tribale: in Kenya esistono 52 tribù ufficiali, legate dall’appartenenza geografica e dall’unità linguistica dello swahili, anche se ogni tribù ha il proprio dialetto. Così come l’ufficialità dell’inglese e dello swahili è affiancata dai 68 dialetti parlati in tutto il paese, le tradizioni tribali convivono a fianco della cultura cristiana, la cui religione è professata dall’80% della popolazione (solo l’11% della popolazione è musulmana e solo il 9% professa le religioni tradizionali).

È diventata, così, consuetudine, soprattutto nelle baraccopoli di Nairobi dalle quali i nostri bambini provengono, dare ai propri figli sia un nome cristiano che un secondo nome tribale, eliminando però il cosiddetto “cognome patriarcale” o di famiglia. Succede quindi, che il secondo nome tribale diventi, per così dire, il cognome del bambino. Per esempio, una bambina nata da una famiglia Luo (una delle tribù keniane), viene chiamata Mary (nome cristiano) Atieno (nome tribale, che significa “nata di notte”), mentre sua sorella si chiama, seguendo lo stesso criterio, Blessing Adhiambo (“nata di sera”).

Ecco, quindi, che due sorelle, aventi la stessa madre e lo stesso padre, hanno “cognomi” differenti.

Questa usanza viene più o meno seguita con gradi differenti a seconda della tribù di appartenenza. Nella comunità Kalenjin, ad esempio, il nome patriarcale o della famiglia conta moltissimo e ai bambini viene dato, oltre al nome cristiano e a quello tribale, anche il cognome del padre. Tuttavia, può capitare che il padre decida di tramandare ai figli non il nome famigliare, ma il proprio nome tribale. Quindi, ad esempio, Michael Kurui Otieno, potrebbe decidere di tramandare ai suoi figli il proprio nome tribale e non quello patriarcale, e chiamare la primogenita Anne Adhiambo Kurui.

Per noi può sembrare complicato come meccanismo e anche noi dello staff abbiamo scoperto tutte queste cose solo nel momento in cui ci siamo avvicinati e addentrati nella cultura keniana.

Decidere di sostenere un bambino a distanza è anche questo: conoscere e cercare di comprendere un mondo distante dal nostro, immergerci del tutto in usanze e meccanismi a noi sconosciuti e, magari, anche appassionarsi a curiosità come questa.

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