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Lo scorso 7 maggio la Commissione Economica per l’Africa (una delle cinque commissioni economiche regionali che riportano al Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite) ha organizzato un dibattito, rigorosamente online, sulle strategie di uscita dal lockdown imposto anche nel continente a causa della pandemia da COVID-19. L’incontro ha visto diversi esperti intervenire su un tema scottante.

 

Quali saranno le conseguenze economiche del lockdown per il continente africano?

A livello macroeconomico, il Fondo Monetario Internazionale ha previsto, per la prima volta dal 1982, un periodo di recessione per l’Africa sia a causa del crollo della domanda interna, che per un rallentamento economico globale (l’Africa esporta materie prime e petrolio per le grandi economie mondiali, e ad oggi queste esportazioni sono inevitabilmente calate).

La Commissione Economica per l’Africa ha calcolato che dopo un mese di lockdown, la perdita del PIL si aggiri attorno ai 65 miliardi, ovvero il 2,5% del PIL annuale del continente.
Ma a livello locale, che cosa ha causato la quarantena imposta a quasi tutti i 54 stati che compongono il continente più giovane e vulnerabile del mondo?

 

Le conseguenze della quarantena in Kenya

La nostra esperienza si focalizza sul Kenya, in particolar modo nella capitale, Nairobi, e nelle sue zone più difficili: le baraccopoli. Si stima che il 56% della popolazione africana viva negli slum, agglomerati urbani irregolari caratterizzati dall’altissima densità abitativa, la mancanza di servizi igienici, di rete idrica, elettrica, fognaria, dove centinaia di migliaia di famiglie vivono spesso in condizioni di estrema povertà.

Le nostre attività si sviluppano negli slum di Dandora e Korogocho, in un intrico di vicoli che si affacciano su una delle discariche di rifiuti più estese del continente. Qui, dove vive quasi 1 milione di persone, il lockdown ha significato una catastrofe occupazionale: la maggior parte dei lavoratori sono inseriti nel circuito dell’economia informale, un affollato ingranaggio che conta per il 60% dell’economia del continente.

Le famiglie che assistiamo quotidianamente vivono grazie ai pochi dollari guadagnati dai lavori a cottimo, o da impieghi irregolari: gli uomini nei cantieri edili, stradali, o come autisti dei matatu, i pulmini che affollano le strade della capitale kenyota; le donne come lavandaie, o commercianti di prodotti alimentari che spesso cucinano nelle baracche e rivendono nei vicoli dello slum. Ci sono poi uomini, donne e bambini impiegati nell’immensa discarica di Dandora, dove passano 9 ore al giorno smistando rifiuti a mani nude per rivenderli a fine giornata per meno di 1$ al giorno. Con le misure imposte dal governo keniota alla fine di marzo, queste persone sono state formalmente costrette a rimanere nelle proprie baracche, e da quel momento non hanno più percepito alcun guadagno.

Come ha ben sottolineato Kennedy Odede, CEO dell’associazione Shining for Hope Communities che come noi opera negli slum di Nairobi, la strategia del lockdown o del distanziamento sociale è stata importata dall’Occidente, dove la maggioranza della popolazione ha un’abitazione nella quale passare la quarantena, un lavoro che può essere eseguito da remoto, e soprattutto, un frigorifero dove riporre la scorta alimentare. Ma nelle baraccopoli questa non è un’opzione realizzabile, e perciò si sono già verificati scontri tra la popolazione degli slum stremata dall’impossibilità di uscire di casa e dunque lavorare, e le autorità governative. Odede ha proseguito dicendo che, parlando con alcuni residenti dello slum di Kibera, a fare paura non è il COVID ma la fame.

 

Quali sono state le conseguenze del lockdown sugli abitanti degli slum di Nairobi?
  • Più del 75% ha violato la quarantena
  • L’81% ha perso il lavoro completamente o parzialmente
  • Il 70% non ha potuto mangiare con regolarità

L’altissima percentuale di coloro che hanno violato le misure di lockdown si deve proprio alla necessità di lavorare per poi acquistare cibo; l’emergenza alimentare è esacerbata dalla chiusura delle scuole, luoghi dove i governi e le organizzazioni umanitarie distribuiscono i pasti per i bambini, distribuzioni che si sono dovute interrompere a causa della quarantena forzata e che hanno lasciato 56 milioni di bambini africani senza la sicurezza di un’alimentazione regolare e regolata secondo stime del World Food Program.

Il presidente kenyota Uhuru Kenyatta ha esteso il lockdown fino alla metà di maggio dichiarando che la riapertura e la ripartenza dell’economia avverranno solo con le dovute misure di sicurezza, ma nel frattempo a farne le spese sono le categorie più vulnerabili della popolazione per le quali questa non è un’emergenza sanitaria, ma un’emergenza sociale.

 

 

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