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Dandora è uno dei più di 100 slum di Nairobi. Un agglomerato di baracche e strade strette, dove vivono e si muovono migliaia di persone.

A soli 7 chilometri dal centro della città, dove crescono grattaceli, centri commerciali e alberghi di lusso, qui le persone sopravvivono senza corrente elettrica, acqua corrente e servizi igienici di base, cercando di racimolare almeno un paio di euro al giorno scavando a mani nude nella spazzatura. Adiacente allo slum infatti, sorge l’omonima discarica, alta come una montagna e grande come 70 campi da calcio. Ogni giorno, vengono scaricate in quest’area più di 800 tonnellate di rifiuti di ogni genere, il cui fetore viene percepito in ogni angolo delle baraccopoli.

Per potervi parlare della baraccopoli di Dandora, dobbiamo quindi portarvi idealmente ai piedi della discarica, che regola e scandisce le giornate e la vita delle famiglie e dei bambini che vivono nello slum.

Per farlo, lasciamo che siano le parole di Arianna, una nostra volontaria che ha camminato per le strade delle baraccopoli insieme ai nostri bambini, a guidarci in questo viaggio.

 

“All’interno dello slum, la discarica è come un osservatore onnipresente. Ogni tanto ti capita di contemplarla all’orizzonte e hai l’impressione che sia esistita da sempre e sempre esisterà. Cumuli infiniti di plastica, vetro, vestiti, cumuli di tutto. I suoi tentacoli possono raggiungere qualsiasi angolo, le montagne sono la sua manifestazione più ovvia, la spazzatura dietro le case, tra i vicoli della baraccopoli è la sua manifestazione più meschina, è come se esistesse per ricordarti che da lei non puoi sfuggire. Ma la discarica non è solo un arredo agghiacciante delle baraccopoli; la discarica è soprattutto un sistema economico che si autoalimenta, perfetto e perverso.

È una fonte di lavoro. Per molte, moltissime persone che abitano a Dandora o Korogocho andare in discarica vuol dire sperare nella possibilità di guadagnare pochissimi dollari. Ovviamente se quel giorno la fortuna gira dalla tua parte. Smistando spazzatura, raccogliendola per tipologia e portandola alla bilancia, perno del funzionamento di quell’ecosistema, anello di congiuntura tra gli sfruttati e chi ha il coltello dalla parte del manico, coloro per cui quella manodopera, costantemente ammalata, spesso minorenne, a prezzo praticamente nullo è una fonte molto comoda e conveniente. Dall’esito della bilancia dipende l’ammontare della paga, ma niente e nessuno assicura che quei soldi serviranno per dare da mangiare ai tre, cinque, otto figli a casa. Alcool e droghe sono rimedi effimeri certo, ma molto efficaci per dimenticare la fame, il dolore, la fatica, la povertà.

La discarica ci guardava dall’alto della sua presupponenza anche quando portavamo i bambini a giocare al campo da calcio. Guardandoli pensavo “i miei bambini”. Ingenuamente, ingannata dall’illusione che in quel mese anche noi volontari potevamo essere parte della loro realtà. Ma noi, prima o poi torniamo, loro restano. La verità è che loro non sono bambini di nessun altro che loro stessi. Il mondo in cui sono cresciuti li ha fatti nascere adulti, dietro quelle divise rosse da scolaretti si nascondono ferite profonde e invisibili, provocate da un algoritmo insolvibile che ha fatto in modo che nascessero lì, in baraccopoli.

 

 

L’odore di spazzatura bruciata ci accompagnava sempre, a volte era una suggestione olfattiva delicata, e abituarsi era facile, altre volte era insopportabile, acre, ti perforava le narici. Noi però giocavamo comunque a calcio con loro, nel campetto.

E loro, quei bambini, i miei bambini – ingenua! – sorridevano, insegnandoti con quei denti bianchi come l’avorio messi in mostra spontaneamente la lezione più straordinaria che esista”.

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