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Il 6 febbraio si è celebrata la Giornata internazionale della tolleranza zero per la mutilazione genitale femminile, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni, ha l’obiettivo di promuovere campagne di sensibilizzazione e azioni concrete per combattere la pratica delle mutilazioni genitali.

Mutilazione genitale femminile: in cosa consiste?

La mutilazione genitale femminile (FGM, “female genital mutilation”) comprende tutte le procedure che comportano l'alterazione o il danneggiamento dei genitali femminili per ragioni non mediche. Una delle pratiche più note è senza dubbio l’infibulazione. Ed ovviamente, è riconosciuta a livello internazionale come una violazione dei diritti umani delle donne e delle ragazze.

Tale pratica, infatti, viola i diritti delle donne alla salute, alla sicurezza e all'integrità fisica, il loro diritto a non subire tortura e trattamenti crudeli, inumani o degradanti nonché il loro diritto alla vita quando tale pratica causa il decesso.

La pratica della mutilazione genitale femminile è concentrata principalmente in 30 paesi dell’Africa e del Medio Oriente, ma è comune anche in alcuni paesi dell'Asia e dell'America Latina, e continua a persistere tra le popolazioni immigrate che vivono in Europa occidentale, Nord dell’America, Australia e Nuova Zelanda.

Ogni anno più di 3 milioni di bambine africane sono costrette a subire una delle diverse forme di mutilazione genitale.

Mutilazione genitale femminile: perché e dove è praticata?

Queste pratiche sono incredibilmente antiche. Già lo storico greco Erodoto racconta di una pratica di circoncisione femminile usata dagli antichi Egizi.

Sappiamo anche che in alcuni casi si sono diffuse anche oltre l’Africa ed i paesi attualmente in via di sviluppo. Non sono stati pochi i casi, fino al secolo scorso, di mutilazioni genitali utilizzate in Occidente come “rimedio” per l’isteria femminile.

Ad oggi, come detto, circa 30 paesi africani e mediorientale sono interessati da un numero davvero troppo alto di donne mutilate contro la loro volontà.

In Kenya, paese dove operiamo da ormai 14 anni, la situazione va migliorando, ma ancora troppe bambine vengono sottoposte a questa violenza che mina fortemente il loro sviluppo psicofisico.

Secondo l’Unicef attualmente 4 milioni di donne e bambine kenyote sono state sottoposte a mutilazione genitale, il 21% della popolazione femminile compresa tra 15 e 49 anni.

È più comune nelle comunità locali, dove l’analfabetismo è maggiore, rispetto a chi vive nelle grandi città, e più in uso nelle famiglie di religione musulmana rispetto alle altre confessioni.

Nonostante la situazione stia migliorando, con una sempre più netta maggioranza della popolazione femminile contraria a queste pratiche, ancora troppe bambine vengono costrette a subirle per motivazioni culturali o confessionali.

Che cosa fare

Educare al rispetto dei diritti umani e della parità di genere è un passo fondamentale per combattere queste pratiche culturali che non rispettano la dignità umana di milioni di persone.

Come per molte violazioni dei diritti umani, la battaglia sociale si combatte sui banchi di scuola e si collega alla lotta contro l’analfabetismo e la discriminazione nei confronti delle donne.

Esattamente ciò che facciamo nelle nostre scuole di Nairobi e di Rombo, comunità Masai dove il problema delle mutilazioni femminili è ancora molto sentito.

Sostenere i nostri progetti, vuol dire combattere a fianco delle bambine e delle ragazze africane.

Insieme, contro le discriminazioni!

 

 

 

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